Underoath
(Disambiguation)

2010, Roadrunner Records
Metalcore

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 09/11/10

Questa estate i fan degli Underoath hanno sicuramente accusato un duro colpo alla notizia che Aaron Gillespie, forse la figura più rappresentativa della band (nonché batterista e cantante in clean), avrebbe di lì a poco lasciato il gruppo, che da quel momento in poi avrebbe visto in Spencer Chamberlain l'unico cantante. Circolavano ovviamente molti dubbi sulla bontà dell'annunciata nuova uscita dei floridiani, ma come ormai accade a ogni loro disco il risultato finale è eccellente, in grado di spazzare ogni dubbio.

Sia chiaro, non ci sono rivoluzioni “strutturali”: se sei un habitué del sound dei Nostri sai quando attenderti uno stacco in voce pulita, che puntualmente ritrovi al suo solito posto anche in questo “Ø (Disambiguation)”. Eppure si respira un'aria diversa, quasi più leggera e più pesante al tempo stesso. Cosa strana dato che la presenza di Gillespie aleggia un po' ovunque, sia nella già citata canonica alternanza delle voci (growl – clean), sia nelle parti di batteria, che seppur rette magistralmente dal nuovo batterista Daniel Davison sono state scritte dall'ex cantante e drummer. C'è aria di cambiamento dicevo però, e ci se ne accorge subito: io stesso, una volta ascoltato il primo pezzo, ho dovuto stoppare per un attimo il disco e ricontrollare che fossero proprio gli Underoath. In effetti riguardando ai precedenti album molte differenze sono percepibili: per fare due esempi, “Lost In The Sound Of Separation” era pesantissimo e furioso, a tratti indigesto; “The Changing Of Times” era ancora acerbo, metteva in gioco sentimenti contrastanti con rabbia irrazionale, ma si sentiva che non era maturo. Qui si è raggiunto un equilibrio praticamente perfetto tra attimi di cieca furia e parentesi melodiche (che, detto tra noi, sono godibilissime). C'è poi un minor ricorso all'elettronica, rendendo così il suono generale ancora più denso e corposo. Così denso che a tratti mi ha portato alla mente addirittura il post core/post metal. In più di un'occasione mi sono infatti ritrovato di fronte a strutture (principalmente ritmiche) tipiche di questi genere (Neurosis, Isis, Cult Of Luna sono tra i gruppi di riferimento), caratterizzate da un drumming molto spesso dall'incedere tribale ma che quando vuole accelerare non fa prigionieri. Da un punto di vista prettamente melodico invece (voci e tessuto chitarristico) ho a più riprese visto molti legami con i Thursday, sia nell'impostazione vocalica pulita di Chamberlain (e nella sua espressività) sia in certe linee delle sei corde; in parte minore è percepibile infine anche qualche punto di contatto con i Deftones (soprattutto da un punto di vista di certe atmosfere). Non stiamo parlando di scopiazzature sia chiaro, ma di semplici rimandi che devono servire a rendere l'idea di come suona “ Ø”.

Mi rendo conto che quanto detto sinora potrebbe far storcere la bocca a tanti fan di vecchia data della band: io per primo sono enormemente affezionato a brani come “When The Sun Sleeps” o “Alone In December”, incredibilmente toccanti e emozionanti, ma sono riuscito a provare diversi brividi anche in questo disco, che tra le undici tracce di cui è composto (la stragrande maggioranza delle quali di ottima fattura) presenta due o tre momenti di assoluto rilievo. Tra questi non posso non citare la conclusiva “In Completion”, perfetta in ogni suo meccanismo e assolutamente toccante nella bellissima interpretazione vocalica di Spencer (il cui climax è raggiunto nel cupo e disperato ritornello), e la di pari intensità “Who Will Guard The Guardians”, brano dall'incedere lento e avvolgente (palese esempio di struttura “à la post core” reinterpretata in chiave Underoath). “In Division”, “Paper Lung”, “Illuminator” e “My Deteriorating Incline” completano la lista dei brani meritevoli di nota, anche se, lo ripeto, l'album non si presta a particolari critiche generali. Può esserci qualche caduta di tono, questo sì, magari qualche refrain poco incisivo o qualche passaggio a vuoto, ma credetemi se vi dico che nemmeno vi ricorderete di questi piccoli nei alla fine dell'ascolto.

L'impatto su di me di questo “ Ø” è stato, lo ammetto, devastante, una vera sorpresa: non mi aspettavo un disco del genere, non dopo l'abbandono di Gillespie. Viene da chiedersi se il disco avrebbe suonato così anche con l'ex batterista, ma propendo per il sì: un cambiamento stilistico era nell'aria, ed era già avvertibile con “Lost In The Sound Of Separation”. Resta da vedere come questa nuova uscita targata Underoath sarà accolta dai loro fan: quasi certamente i Nostri avranno nuovi seguaci, ma sono certo che molta parte della “vecchia guardia” non rinnegherà il gruppo di Tampa dopo l'addio di Gillespie. In fondo siamo pur di fronte a un disco che, nell'odierna scena metalcore, tanti vorrebbero essere in grado di scrivere e suonare: non un capolavoro (anche se il bersaglio è stato mancato di pochissimo), sicuramente un punto di svolta per il gruppo. Come minimo, da ascoltare prima di dare un qualsivoglia giudizio a priori.




01. In Division
02. Catch Myself Catching Myself
03. Paper Lung
04. Illuminator
05. Driftwood
06. A Divine Eradication
07. Who Will Guard The Guardians
08. Reversal
09. Vacant Mouth
10. My Deteriorating Incline
11. In Completion

Intervista
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