Sigur Ros
Agaetis Byrjun

1999, Pias Records
Post Rock

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 19/08/10

C’è un feto alieno sulla copertina di questo secondo lavoro in studio degli islandesi Sigur Rós: la creatura potrebbe quasi sembrare umana, ma possiede delle ali ed un cranio che non appartengono affatto a questo mondo. Apriamo il classico digipack minimale che da sempre contraddistingue ogni parto discografico della band e troviamo, in terza di copertina, quello stesso alieno, oramai nato e cosciente, che ci dona il suo cordone ombelicale, il prezioso tramite tra esso ed il mondo esterno nel momento in cui le sue cellule si stavano formando e moltiplicando; in altre parole, aprendo la busta troviamo il disco, e su di esso sono incise tutte le esperienze accumulate dal feto durante il periodo di gestazione.
 
E con “(Intro)” un suono di nastro in riavvolgimento ci riporta immediatamente nell’utero, la camera della vita da cui si sviluppa il suono plumbeo e marino di “Svefn-G-Englar”, dove il falsetto del singer Jónsi ci culla e allo stesso tempo ci sorprende con guizzi inattesi, risucchiandoci in un mondo ovattato di sogni, perfettamente espresso nella cullante “Staràlfur”, dove una sinfonia di archi ci fa volare su un vento deciso attraverso mirabolanti costellazioni, paesaggi fantastici regolati dal lento ma deciso cuore pulsante della drum machine e dalla forza degli ottoni.
 
Bastano già questi due brani per farci accorgere della presenza di un alieno sonoro, una nuova ed assolutamente originale forma con cui questi islandesi rielaborano il classico post rock, una novità fatta di chitarre elettriche suonate con archi per violoncello (a produrre un suono languido, strisciante, eppure ripieno di pathos ed emozione), di xilofoni ed ottoni che non vengono relegati sullo sfondo delle composizioni ma, per una volta, assumono il ruolo di protagonisti, di una voce unica come quella del folletto Jónsi, di contaminazioni sonore ardite e sviluppi incredibili. Basta ascoltare brani come “Hjartað Hamast (Bamm Bamm Bamm)”, con il suo incipit country con tanto di armonica, piuttosto che il valzer viennese delle corti di Chopin che esplode in un impensabile trionfalismo corale su “Olsen Olsen”, per capire che i Sigur Rós non pongono freni alla loro fantasia in musica; allo stesso modo, brani più classicamente post rock come “Flugufrelsarinn” e l’oscura “Ný Batterí” trovano un valore aggiunto non indifferente nell’interpretazione vocale di Jónsi, mentre in “Viðrar Vel Til Loftárása”, grazie al puro distillato di malinconia prodotto dal pianoforte di Kjartan, la canzone riesce a far vibrare con autentica commozione le corde della nostra anima.
 
Quando la conclusiva e badalamentiana “Avalon” pone fine al nostro viaggio sonoro, su soffocanti sintetizzatori che lasciano intravedere quanta disperazione attenda il neonato alieno nel vivere sul nostro pianeta, non possiamo far altro che constatare che il mondo della musica, ogni tanto, riserva autentiche sorprese. Nessuno, difatti, avrebbe scommesso un centesimo sui Sigur Rós dopo il parto del loro debutto “Von”, un album praticamente costituito da ambient divagante e pretestuoso rock alternativo che sembrava non far altro che estremizzare i caratteri estenuanti dei Radiohead più alternativi. Invece, due anni dopo, ecco che questi islandesi producono un disco destinato a rimanere negli annali della storia della musica, lo titolano con modestia assoluta “Ágætis Byrjun” (“Un Buon Inizio” in islandese), inconsapevoli forse di aver creato un lavoro di eccellenza assoluta che rielabora in modo totalmente personale un genere musicale piuttosto consolidato, tanto che la musica dei Nostri, insieme all’elettronica della connazionale Björk, caratterizzeranno, negli anni a venire, un’intera nazione grazie ai loro tratti unici, inimitabili e fortemente legati al territorio dell’Islanda, da sempre principale fonte di ispirazione di queste leggende della musica.
 
Lontani dall’eccellenza trasversale di “Takk...” – nata, guarda caso, dopo l’ermentismo di “()” – il quartetto islandese ci dona un album dove lo splendore viene conferito da una dose incredibile di rara sensibilità, un’opera dal sapore quasi mistico e catartico, una pietra miliare che non deve mancare nella collezione di alcun amante della musica che si rispetti.

Faremo meglio la prossima volta / Questo è un buon inizio”, questo canta Jónsi nell’abbraccio romantico tra chitarra acustica e pianoforte rappresentato dalla titletrack; ciò che più mi atterrisce, cari folletti islandesi, è che non solo avete saputo mantenere, in un certo senso, la promessa, ma che già con questo disco avete fatto molto, dannatamente molto…



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