Pink Floyd
Wish You Were Here

1975, Harvest Records
Prog Rock

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 23/08/10

Uno studio sull’assenza: ecco come potrebbe essere definito "Wish You Were Here", album dei Pink Floyd pubblicato nel settembre del 1975. La sensazione aleggia ovunque, ascoltando le soavi e profonde note di “Shine On You Crazy Diamond”, avvertendo la meccanicità ed il cinismo di “Welcome To The Machine” o di “Have A Cigar”, commuovendoci con la struggente “Wish You Were Here” o semplicemente dando un’occhiata al concept grafico dell’album.
 
La stessa impressione fu avvertita anche da alcuni membri della band, ad esempio da Roger Waters, il quale, in un’intervista rilasciata nel 1993, affermò che "la cosa interessante è che quando finalmente fu realizzato “Wish You Were Here” non eravamo realmente in contatto tra di noi, perciò il disco riguarda il fatto che nessuno di noi fosse là, o il fatto di esserlo in modo marginale. (...) La sua diversità deriva da questo, infatti (...) la maggior parte di noi non desiderava essere là, ma in un latro posto". I motivi di questa situazione spiacevole non sono semplici da spiegare e derivano da una serie di fattori che la band si trovò di colpo ad affrontare dopo il fulminante successo di “The Dark Side Of The Moon”. La fama del gruppo crebbe infatti in maniera vertiginosa, il mondo dello show business tentò di incorporarli in maniera più o meno costante ed i concerti divennero tantissimi, in poco tempo. È chiaro quindi come lo stress e l’esaurimento psico-fisico cominciassero a serpeggiare all’interno del gruppo. Si aggiungano poi a tutto ciò i malumori di Gilmour nei confronti di Waters, due caratteri troppo diversi che, negli ultimi tempi, avevano iniziato a scontrarsi persino per i motivi più futili. David principalmente non perdonava a Roger la sua eccessiva arroganza, in certi momenti, e la sua caparbietà nel voler decidere tutto di testa propria, ma i motivi delle liti di fatto erano molto più numerosi. In questo clima così teso, in cui i rapporti non solo tra il gruppo e l’esterno, ma anche tra gli stessi membri della band, erano diventati automatici, in cui la collaborazione reciproca era in gran parte dettata dalle scelte di mercato, nacque l’album.
 
Quando i musicisti iniziarono a lavorare al disco negli studi di registrazioni lo fecero in maniera stanca ed annoiata, nessuno voleva essere realmente trovarsi a condividere quel momento con gli altri (un controsenso rispetto al titolo dell’album in uscita); neppure tutto il denaro guadagnato con le tournée precedenti riuscì a rallegrare i Nostri. Anzi, il pubblico, così vasto e rumoroso, ben diverso da quello del periodo pre-"The Dark Side Of The Moon", comunicava alla band un senso di inquietudine, alienazione e tristezza, come se tutto avesse assunto un carattere meccanico. Ad aggiungere al tutto un tocco di malinconica leggenda si verificò anche una situazione estremamente triste ed improvvisa, che gettò nello sconforto l’intera band. Negli studi di Abbey Road, i Pink Floyd stavano dando gli ultimi ritocchi a “Shine On You Crazy Diamond”, canzone esplicitamente dedicata a Syd Barrett; e, freneticamente impegnati com’erano, non si accorsero di un tizio calvo ed obeso che si aggirava per i loro studi. Solo dopo alcuni minuti realizzarono chi fosse e, scambiandoci qualche parola, si accorsero che il “Diamante Pazzo” che ricordavano ormai non esisteva più. "Due o tre persone si misero a piangere. Si sedette e parlò per un po’, anche se in verità non c’era proprio con la testa", questo è ciò che ricorda Gilmour di quel giorno, lui stesso peraltro commossosi a tal punto da piangere, così come Waters. Poi, come uno spettro, l’ex chitarrista svanì nel nulla senza lasciare traccia, se non un doloroso ricordo di quella sua visita, una presenza che lasciò capire quanto lui, in realtà, fosse assente da tutto, anche da sé stesso.
 
I Floyd per la maggior parte delle loro opere si sono avvalsi della collaborazione di un grafico eccezionale, Storm Thorgerson, che forse proprio per questo album ha realizzato i suoi maggiori capolavori, scegliendo di non limitarsi alla sola copertina, ma arricchendo l’interno dell’album con una serie di foto e fotomontaggi ovviamente imperniati sul concept del disco. In questo suo lavoro grafico una componente fondamentale è stata sicuramente il ritorno di Syd negli studios. La copertina ritrae due uomini d’affari che si stringono la mano, uno scatto, questo, che ebbe luogo nel retro degli studios della Warner Bros. a Burbank. La particolarità sta nel fatto che uno dei due, quello di destra, sta bruciando, ma è come se non se ne accorgesse. "La gente spesso cerca di evitare i legami emotivi per paura di essere rifiutata", afferma Thorgerson, "assente per paura di farsi male, di venire bruciata". "Non era una coincidenza il fatto che “restare scottati” o “bruciati” fosse anche una frase comune nel mondo degli affari discografici, pronunciata soprattutto in relazione ad artisti cui erano stati sottratti i diritti su qualche musica". Tornando all’analisi della copertina, il suo elemento centrale, la stretta di mano tra i due uomini d’affari, è un gesto che qui assume le connotazioni di estremamente falso e ripetitivo (si ricordino le due mani “robotiche” del logo) e rimanda, oltre che al concetto di assenza, anche a ciò che accade nel business musicale. “Welcome To The Machine” e “Have A Cigar” sono state concepite da Waters proprio come un feroce attacco all’industria musicale, rea, secondo il bassista, di opprimere e sfruttare le persone finché ne ha bisogno, per poi buttarle una volta che il mercato ha perso interesse per loro. Il music business è una macchina che dirige a suo piacimento le star, le fagocita attraverso facili promesse e le fa sentire ben accette (il sigaro offerto da un ipotetico discografico, a suggello di un contratto). Non importa chi sei, quello che fai o come lo fai, interessa soltanto la possibilità di vendere, di “cavalcare la tigre” ("And did we tell you the name of the game boy/We call it Riding the Gravy Train") del mondo dello spettacolo.
 
Analizzare l’album da un punto di vista strettamente musicale è complicatissimo. La suite “Shine On You Crazy Diamond”, divisa in nove parti poste in apertura e chiusura del disco, è un’opera a sé stante, di uno splendore monolitico ed accecante. Dedicata al genio di Syd (il "Diamante Pazzo"), la traccia si sviluppa per i suoi venti minuti circa in un saliscendi di eteree emozioni e sommessi ricordi. In essa tutto è perfetto, Gilmour è a dei livelli tecnici inauditi, Waters brilla di luce propria, Mason offre un drumming preciso e puntuale e Wright fornisce al tutto un tappeto tastieristico emotivamente sublime. Si prosegue con le due canzoni create appositamente da Waters come denuncia al music business, “Welcome To The Machine” e “Have A Cigar”. La prima può riportare alla mente la “Waste Land” di T. S. Eliot, soprattutto nella sezione “The Fire Sermon”. Certo, gli argomenti trattati nell’opera dello scrittore erano diversi; sono tuttavia la freddezza, l’indifferenza e la meccanicità che trasudano dallo scritto e dalla canzone floydiana a legare le due, che si tratti di automaticità nelle relazioni sentimentali o interpersonali in genere. La traccia è uno stupendo gioiello di elettronica, gelida, fredda e disumana come un automa che compie senza alcuna coscienza le azioni che gli vengono richieste. A seguire il vibrante rock di “Have A Cigar”. Cantata da Roy Harper e vera e propria colonna portante dell’attacco watersiano allo showbiz, la traccia contiene un testo veramente aspro e cinico. Queste due caratteristiche hanno sempre fatto parte di Waters, e saranno ampiamente sviluppate con “Animals” e “The Wall” (per non parlare poi dei successivi lavori, a questo punto solisti, del bassista). C’è poi la conosciutissima, amata/odiata “Wish You Were Here”. La ballata, cantata da un Gilmour sofferente e commosso, è il dimesso addio della band a Barrett. Waters non lo ha mai ammesso, riconducendo il tutto al tema dell’indifferenza e dell’assenza. Effettivamente quanto affermato dal bassista è plausibile: il “wish you were here” potrebbe certamente riferirsi a Syd (certi passaggi della traccia parlano indubbiamente di lui), ma potrebbe pure essere una dichiarazione di ogni singolo musicista ai suoi compagni, “vorrei che noi tutti fossimo qui insieme, anche con la mente”. Inutile commentare musicalmente questa traccia, mi piace pensare che ognuno possa leggerla come meglio crede e provare le sensazioni che sente più sue.
 
“Wish You Were Here”, “Vorrei Che Tu Fossi Qui”: è raro che un titolo trasmetta così pienamente il senso del disco al quale dà il nome. Peraltro questa frase è stata scelta dal grafico Thorgerson, sia come collegamento al tema dell’assenza, sia ripensando alle cartoline dei luoghi di vacanza, le quali recano spesso scritte di questo tipo. Le persone continuano a comprarle ed inviarle, ma non è sempre detto che al gesto corrisponda una reale necessità psicologica. Magari si può anche non avvertire veramente la mancanza di una persona, fingendo di provare questa sensazione perché, altrimenti, la cosa diverrebbe sconveniente ed infruttuosa per i nostri futuri rapporti interpersonali.



Speciale
PREMIERE: guarda il video di "Irene"

Intervista
Rainbow: Ronnie Romero

Recensione
Linkin Park - One More Light Live

Recensione
Bruce Springsteen - The River

Speciale
Rock in Roma 2018

Speciale
ESCLUSIVA: ascolta lo streaming di "Universi Alternativi"