Cradle Of Filth
Vempire Or Dark Faerytales In Phallustein

1996, Cacophonous
Black Metal

Recensione di Marco Somma - Pubblicata in data: 16/08/10

Inspired to mortal nightmare
Ebony dressed for sunset
In the dulcet whispers of the damned...

 
La completezza giunge inaspettata, sulle note di quello che gli stessi Cradle Of filth definiscono un rituale suddiviso in sei capitoli della durata complessiva di 40 minuti. “Vempire Or Dark Faerytales In Phallustein” non può di fatto considerarsi un LP, ma neppure un vero e proprio EP, trovando cosi la propria dimensione in un territorio indefinito segnato da nuove e vecchie composizioni.
 
“Ebony Dressed For Sunset” si apre tra echi, gemiti e sussurri che sfrecciano al limite del campo uditivo sfociando in un trionfo di potenza. Le chitarre infliggono improvvisi colpi di scure sull’angosciosa attesa creata dagli effetti iniziali e subito è la volta della doppia cassa. La voce di Dani, crudele e furiosa, richiama i temi lasciati sospesi con l’opera prima “The Principle Of Evil Made Flesh”. È un tripudio di forza e visceralità ma sembra che questa volta ci sia qualcosa di più. Una vena romantica, una passione mortale tanto intensa da sfociare in toni epici. “Ebony Dressed For Sunset” è di fatto solo un breve rito di passaggio. Un presentazione da coro greco ammantato dalla fredda fiamma del dio Ade, che ci attende alle porte degli Inferi. Eppure da quel che si sente, non c’è né paura ne orrore nel cuore di chi si appresta alla discesa, ma solo l’ansia dell’innamorato mista alla passione accecante di chi brama la carne. “The Forest Whispers My Name” arriva direttamente dal primo full, acquisendo in questa sede un valore aggiunto solo appena sfiorato nel contesto originale. La coerenza del viaggio che questo mini propone è forse la sua forza maggiore e questo epsodio ne è la prima massima espressione; qualche arrangiamento (in verità sono molti e piuttosto rilevanti) porta di fatto il brano su un livello compositivo ed esecutivo insperato. L’approssimazione adolescenziale che pesava sulla precedente incarnazione lascia qui il posto a cori, gran casse, appunti e contrappunti capaci di rendere una tridimensionalità unica. Quando i cori giungono all’evocativo sottotitolo dell’opera si ha la sensazione di essere travolti dall’impeto e le pulsioni più oscure ed inconfessabili si fanno lirica allo stato puro. “Queen Of Winter, Throned” costituisce l’apice del disco. Pervasa di una frenesia omicida, descrive e da forma e suoni alla più vasta gamma di tentazioni innominabili incarnate da icone della letteratura e del mito. La pienezza e la pomposità del pezzo, generate dalla coesistenza pressoché costante di tutti gli strumenti, creano una vaga sensazione di apnea, dalla quale si riesce a riemergere solo sul ritornello, che viene cosi respirato a pieni polmoni. Il manto della corruzione sembra stringersi attorno ad ogni cosa, lasciando l’ascoltatore in balia della totale devozione di un uomo pronto ad immolarsi per la sua crudele regina. “Nocturnal Supremacy” giunge finalmente a sancire la sacralità del momento, consegnando al suppliziante il tanto agognato dono della supremazia notturna. Ora si può assistere ad ogni efferatezza, ogni folle guizzo sadico, perverso ed omicida è concesso poiché nelle tenebre sono solo le potenze dell’oscurità ed i suoi fedeli adepti a regnare. “We rule like the red and risen moon upon the sea. The stars of judgement silent, for we share joyous…”. Uno dei pezzi più puramente heavy della prima fase della lunga carriera dei Cradle Of Filth. La voce di Dani Filth si contende il primato per violenza con il lavoro alle pelli. “She Mourns A Lengthening Shadow” fa da intermezzo musicale prima dell’epilogo. Dolce e soffusa, questa traccia ha il pregio straordinario di far quasi dimenticare il bagno di sangue in cui siamo ancora immersi fino al petto. Con le prime note di “The Rape And Ruin Of Angels (Hosannas In Extremis)” veniamo immediatamente travolti da un onda rossa, che ci riempie la bocca di sapore ferroso e ci toglie il fiato. Inutile dibattersi nel tentativo di rimanere a galla; siamo in balia di una corrente calda, un turbine di mulinelli che ci trascinano sempre più a fondo. Abbandonato ogni tentativo di riprendere il fiato, lasciamo che la furia degli elementi ci risucchi e sembra che tutto si trasformi in calma, tepore e malinconica memoria. Il grande dono di questi lavori sta fondamentalmente nell’incredibile varietà di sensazioni ed immagini che riescono ad evocare. I cambi di tempo sono ispirati e si susseguono come in una vera e propria opera lirica. Eppure, la grande proprietà del disco sta nella sua impronta cinematografica. Non più grezza e seminale ma già matura, consapevole e splendidamente diretta.
 
“Vempire” non potrà forse entrare di diritto nel pantheon di alcun genere predefinito, né in una precisa categoria discografica, ma merita certamente ogni lode possibile. Ci sono molte sere d’estate che vi aspettano e che potrebbero accogliere splendidamente un ascolto così ricco di brividi! Interessante notare come fin da questo lavoro le ultime note del disco sembrino anticipare quelle a venire sui solchi successivi, soluzioni fino ad oggi mai più abbandonata.
 
Those who trespass against us
Beware the shadow of Dusk




01. Ebony Dressed For Sunset
02. The Forest Whispers My Name
03. Queen Of Winter, Throned
04. Nocturnal Supremacy
05. She Mourns A Lengthening Shadow
06. The Rape And Ruin Of Angels (Hosannas In Extremis)

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