Iron Maiden
The Final Frontier

2010, EMI
Heavy Metal

Dopo tre decadi di heavy metal, la bandiera degli Iron Maiden continua a sventolare alta e fiera!
Recensione di Daniele Carlucci - Pubblicata in data: 16/08/10

Avevamo lasciamo la tanto amata Vergine Di Ferro alle prese con il controverso “A Matter Of Life And Death”, album che aveva diviso completamente a metà fan e critica. Dopo quasi quattro anni gli Iron Maiden tornano ad essere sulla bocca di tutti, grazie al nuovo e tanto atteso “The Final Frontier”: le prime impressioni risalenti ad un mesetto fa, quando fui invitato negli uffici di EMI per una pre-listening, erano state più che positive con mio grande sollievo. Dico ciò perchè io mi ero schierato a suo tempo tra coloro i quali non avevano apprezzato “A Matter Of Life And Death” e non sapevo cosa aspettarmi dalla fresca opera di quelli considerati dal sottoscritto come il massimo in ambito metal. Oramai discutere gli Iron Maiden è diventato sport nazionale e spesso mi chiedo cosa porti una persona a devastare una band, qualsiasi essa sia, solo perchè un suo disco non piace o è considerato inferiore rispetto ad un altro. Per quanto riguarda Steve Harris e soci una cosa è certa: qualcosa è cambiato nel modo di fare musica. Non chiamamola nè evoluzione, nè tantomeno involuzione, ma semplicemente cambiamento. Impensabile essere gli stessi dopo trent'anni di carriera e gli Iron Maiden non sono quelli degli anni '80 per forza di cose. Preso coscienza di ciò, quello che offre oggi il gruppo britannico è un heavy metal meno veloce e ossessivo rispetto ad un tempo, ma non meno efficace e incisivo.
 
Come già detto, le prime sensazioni erano state buone, ma sapete una cosa? Più ascolto “The Final Frontier” e più mi piace. Lo trovo estremamente diretto, gradevole e ricco di spunti interessanti: in particolare mi riferisco ai riff, melodici, intriganti e sempre incastrati alla perfezione nel contesto di un determinato brano. Le prime due canzoni del cd le conosciamo già bene, essendo state scelte per il primo video-clip ed il primo singolo del disco. L'opener in realtà si compone di due differenti tracce, il lunghissimo, tenebroso, intro “Satellite 15” e la title-track “The Final Frontier”, molto orecchiabile e rockeggiante. “El Dorado” non mi ha subito convinto ad essere sincero, ma il giudizio è certamente cambiato in meglio: nonostante ciò la considero comunque come la meno riuscita dell'intero lotto. Non un brutto brano, ma semplicemente inferiore agli altria a parer mio, perchè da questo punto in poi il livello progredisce sempre di più fino a toccare punte molto alte. “Mother Of Mercy”, in cui sono apprezzabili le strofe e leggermente meno i ritornelli dalle sonorità un po' spinose, suona come un colpo di assestamento: la successiva “Coming Home” infatti  rappresenta il primo di una serie di ottime composizioni che ci accompagnano sino alla fine dell'album. La canzone appena citata a dire il vero è più che ottima: mi ha stregato sin dal primo momento grazie a stupende melodie, ritornelli da brivido e assoli epici. Dagli ammalianti sogni di “Coming Home” ci si risveglia bruscamente con la trascinante “The Alchemist”, che riporta indietro negli anni. Un brano di altri tempi, coinvolgente, aggressivo, martellante e ricco di melodia nel più classico Maiden style. Quando ho ascoltato “The Final Frontier” durante la listening session, ricordo che “Isle Of Avalon” mi ha lasciato un po' perplesso, ma ora sono costretto a ricredermi. Il pezzo è ben costruito e si trovano al suo interno elementi degni di nota, come riff espressivi e per niente banali. Anche “Starblind” prosegue sulla stessa linea, sorprendendo per l'originalità di parecchi passaggi ed emozionando con gli armoniosi refrain. L'intro acustico di “The Talisman” nasconde in se qualcosa di magico, che porta la mente ad immergersi in un mondo fatto di stregoni e personaggi fantastici. Le strofe e i ritornelli sono intriganti, avvincenti, molto orecchiabili e alla fine del brano quasi non ci si accorge che sono passati nove minuti dal suo inizio. “The Man Who Would Be King” offre diversi motivi di attenzione, alcuni dei quali spaziano anche al di fuori del “Pianeta Maiden”, come ad esempio il corpo centrale abbastanza atipico per la Vergine Di Ferro. Il vento introduce “Where The Wild Wind Blows”, un'altra perla colma di melodia e sentimento, dove il cantato di Dickinson viaggia a braccetto con la chitarra solista per tutta la canzone, ricamando splendide linee vocali alle quali si aggiungono i grandiosi riff messi in successione dal trio Smith-Murray-Gers. Il finale riprende l'intro della canzone ed il vento si porta via le ultime note del disco, tornando ad aleggiare col suo soffio penetrante.
 
“The Final Frontier” prende forma ascolto dopo ascolto, rivelandosi un ottimo album, che in parecchi frangenti sembra riportare indietro al sound e allo stile degli anni d'oro. Steve Harris e Nicko McBrain sono la base più solida che si possa avere per tessere sopra la tela armonica: Dickinson ha perso un po' di voce, è vero, ma rimane sempre un cantante eccezionale, uno dei migliori ed un frontman dal carisma infinito. I tre chitarristi Smith, Murray e Gers sono impeccabili come sempre e non risparmiano riff e assoli memorabili. Tutti i dubbi che si potevano avere sono stati fugati e spazzati via da quel vento selvaggio di cui i Maiden parlano nella traccia conclusiva del cd. Leggendo la tracklist e vedendo la lunghezza delle canzoni (la media è oltre i 7 minuti e mezzo) avevo storto un po' il naso, ma i brani sono amalgamati e strutturati talmente bene, che molto spesso nemmeno sembra durino così tanto. Alcuni pezzi di “The Final Frontier” paiono destinati ad entrare tra i classici della band (penso a “Coming Home” e “The Alchemist” ad esempio), ma questo lo dirà solo il tempo: intanto godiamoci il quindicesimo capitolo della strepitosa carriera degli Iron Maiden, uno dei baluardi inossidabili che dopo tre decadi fa ancora sventolare alta e fiera la bandiera dell'heavy metal.



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