Loreena McKennitt
The Visit

1991, Quinland Road/Warner
Folk

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 01/08/10

A soli due anni dal precedente “Parallel Dreams”, questo “The Visit” si propone di sondare, dopo il mistero dei sogni del predecessore, tutto il potere ed il mistero dell’impulso creativo inteso come una visita: una cosa ricca di grazia, non comandata o posseduta, bensì attesa – per citare le stesse parole di Loreena McKennitt espresse nel booklet.

Co-prodotto dall’eterno chitarrista di fiducia Brian Hughes, questo quarto album della McKennitt rappresenta il più commerciale ed elettrico di tutti quelli sinora incisi dalla Musa, con la chitarra elettrica di Hughes praticamente onnipresente. Sia ben chiaro che questo non è un evento necessariamente negativo: se è pur vero che su questo cd si ritrovano molti dei successi ancora oggi riproposti con enormi consensi in sede live (come, ad esempio, “Bonny Portmore” e “The Old Ways”, due canzoni molto accessibili ma anche estremamente valide dal punto di vista artistico), è anche vero che l’influenza verso le forme di folklore esterne alla tradizione celtica si fa più presente e tangibile. Come nell’incipit di “All Souls Night”, ispirata dalla credenza giapponese di traghettare le anime dei defunti in lanterne poste su barche, piuttosto che nel caldo e gitano “Tango To Evora”. Su questo album ritroviamo anche una delle canzoni leggendarie della carriera di Loreena: la lunga suite “Lady Of Shalott”, ovvero la messa in musica dell’omonimo poema epico arturiano di Tennyson.  A completare ciò che Loreena ci porta come dono della sua visita, la riproposizione molto ben riuscita della tradizionale “Greensleves” (proposta anche dai Blackmore’s Night sul loro debut album) interpretata “come se la stesse cantando Tom Waits”, le strumentali “Between The Shadows” e “Courtyard Lullaby”, nonché la conclusiva, shakespeariana, “Cymbeline”. Da segnalare, infine, come a partire da questo cd Loreena fornirà, sui booklet dei suoi incisi, precise e dettagliate liner notes che spiegano con chiarezza l’ispirazione storica di ogni pezzo.

E’ un album piuttosto controverso questo: contrapposte a tracce di assoluto valore e meritevoli di essere ancora oggi ricordate con passione (“The Old Ways”, “All Souls Night”, “Bonnie Portmore” e “The Lady Of Shalott”), troviamo strumentali insipide e prive di mordenti (“Between The Shadows” e “Courtyard Lullaby”) , nonché la conclusione forse fin troppo monotona e soporifera di “Cymbeline”. Tuttavia, facendo un bilancio globale, la sensazione che rimane, anche dopo ripetuti ascolti, è sempre, ottimamente, positiva. Il viaggio di Loreena prosegue, quindi, nel migliore dei modi. La musica che ci viene donata a seguito della sua visita è come un timido, educato invito: ci esorta a non abbandonare l’artista, a seguirla ancora, come se questo album suggerisse che il meglio deve ancora venire, che tutto quello che è stato sinora non è altro che un assaggio di ciò che in futuro ci sarà riservato. E dando uno sguardo rapido agli incisi successivi, sarebbe un peccato mortale abbandonare la Musa proprio in questo frangente…



01. All Souls Night
02. Bonnie Portmore
03. Between The Shadows
04. The Lady Of Shalott
05. Greensleves
06. Tango To Evora
07. Courtyard Lullaby
08. The Old Ways
09. Cymbeline

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