Sirenia
Nine Destinies And A Downfall

2007, Nuclear Blast
Gothic

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 09/04/09

Li attendevamo al varco; sono arrivati. I Sirenia di Morten Veland, ex leader dei Tristania, ripartono da "Nine Destinies And A Downfall", disco che succede al mini cd "Sirenian Shores" pubblicato nel lontano 2004 e terzo atto dopo il debutto “At Sixes and Sevens” (2001) e dopo il suo seguito, intitolato “An Elixir For Existence” (2003). L’abbandono di Mr. Veland fu un duro colpo per i Tristania che, ancora oggi, stanno lavorando sodo alla ricerca di un’identità perduta diversi anni addietro, quando, proprio nel 2001, si chiuse il ciclo di un’epoca di successi. Cresciuti a immagine e somiglianza del compositore norvegese, i Sirenia hanno inseguito la popolarità cercando di bissare i risultati del buon vecchio "Beyond The Veil", successo parzialmente conseguito col già menzionato debutto.

"Nine Destinies And A Downfall", purtroppo, cambia rotta… e di molto. L’evoluzione stilistica della band è ai minimi storici; le soluzioni proposte sono quelle sinfoniche e pompose tipiche degli “ensemble” che, sulla falsariga dei trionfi economici riscontrati dai colleghi più in voga, provano a raschiare lo stesso fondo (Nightwish di "Once" e After Forever di "Remagine" su tutti). Meglio parlare di involuzione, piuttosto, anche perché si fa fatica ad associare il nome Morten Veland al lavoro che andremo ad esaminare, disco ruffiano e dai sottili contorni gotici, niente a che vedere col passato prestigioso del chitarrista scandinavo.

L’album si incentra sulla voce della nuova “sirena” danese Monika Pedersen, che interpreta con una certa leggerezza i nove brani rilasciati, risultando statica e anonima sulla breve distanza, invasiva e noiosa sulla lunga. Utilizzato col contagocce il growling dello stesso Veland, al microfono in un paio di formali occasioni affinché si possa preservare lo stile “pulito e delicato” che regna sovrano in ogni passaggio del disco. Non c’è più spazio per gli inserti estremi e le composizioni sono di una semplicità imbarazzante, basate su un canonico strofa-strofa ritornello quasi a contemplare una struttura facilmente assimilabile, adattata su canzoncine melodiche orecchiabili, talvolta basate su ritornelli molto simili tra di loro come nel caso dell’auto-plagio "My Mind’s Eye" – "The Other Side". Mettetele a confronto. Il tutto, attenzione al più classico dei colpi di coda, confezionato e trasferito su silicio con una cura che ha dell’incredibile. L’unico elemento in grado di attirare l’attenzione, infatti, è la miracolosa produzione, limpida e cristallina come non mai. Ce la faranno i nostri eroi a vendere qualche copia in più?

Ironia schietta ma contenuta per un’operazione, spiace ammetterlo, fallimentare. Ci sono voluti tre anni (quattro dall’ultimo full length) per consegnare al pubblico "Nine Destinies And A Downfall", un disco che non mi sento di consigliare nemmeno ai nostalgici dei primi Tristania: troveranno un artista sbiadito che, oggi, non rappresenta nemmeno il fantasma di sé stesso.



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