Periphery
Periphery

2010, Roadrunner Records
Metalcore

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 21/06/10

Sarò sincero, non avevo idea di chi fossero i Periphery. Documentandomi un po’ su internet ho iniziato a preoccuparmi, notando come il nome degli americani fosse insistentemente abbinato, in quanto a riferimenti stilistici più diretti, a band quali Meshuggah, Between The Buried And Me e Dillinger Escape Plan. Conoscendo il dilagare del fenomeno metalcore/mathcore degli ultimi anni, ho subito pensato di trovarmi faccia a faccia con l’ennesimo gruppo-fotocopia dei sopracitati, ma per fortuna mi sono dovuto ricredere. Avventurandomi sempre più nelle dodici tracce dell’omonimo debutto dei Nostri (72 minuti di durata, mica poco per il genere da loro proposto) mi sono convinto via via che forse, tutto sommato, questi ragazzi qualcosa da dire ce l’hanno e sanno anche come farsi capire. Certo, va subito premessa una cosa importantissima: non siamo di fronte a un disco di facile assimilazione. Chi non viaggia a pane e metalcore (anche se qui, per essere più precisi, parliamo di un’ottima unione di metalcore, mathcore e progressive) potrà accusare segni di cedimento nervoso già dopo i primi due pezzi.

In effetti ad un primo ascolto la musica dei Periphery pare regolata più dal caos che da leggi compositive ben strutturate, ma si tratta solo di un’impressione iniziale e di un abbaglio, e un ascolto più approfondito ve lo potrà confermare. Ogni canzone dei Nostri è composta come da strati, strutturata in maniera certosina da Misha Mansoor, la mente dietro al gruppo, eccelso chitarrista e principale songwriter della band. A titolo esemplificativo, un riff di chitarra roboante, carico di groove e dalla decisa componente metalcore è spessissimo abbinato a un altro (ora più in sottofondo, ora più prorompente) fortemente melodico, quasi pop e orecchiabile; effetto simile si ripresenta con l’uso delle doppie voci, con un growl aggressivo e asfissiante alternato a un cantato in pulito di ottima fattura (forse però un filino già sentito e troppo “edulcorato”). Il tutto crea un piacevolissimo effetto chiaroscurale, un gioco di luci-ombre affascinante quasi come un cielo nuvoloso che d’improvviso viene squarciato da raggi di sole.

Inutile analizzare i Periphery da un punto di vista tecnico, necessariamente elevato se si vuole suonare questi generi di musica. E’ invece importante constatare come il suono dei Nostri risulti essere caldo e passionale (cosa che, a mio parere, non può essere detta per una band come il Meshuggah): merito certo delle doppie voci o del particolare incrocio dei riff di chitarra sopraccitato, ma non solo. Ultimamente sono infatti stati pubblicati i debutti di altre band che hanno impiegato gli stessi ingredienti qui usati, con risultati ben diversi: un suono che pare più un’accozzaglia di momenti disparati, canzoni che somigliano più a deliri di menti folli, prive di fondamenta utili per capire da dove si parte e dove si vuole arrivare. E proprio questo è forse il punto nodale, che distingue i Periphery da tanti altri gruppi a loro simili: non sono inconcludenti, partono da un punto, compiono digressioni, parabole arzigogolate varie, ma arrivano sempre a destinazione. Momenti come “Insomnia”, “The Walk”, “Jetpack Was Yes”, “Light”, “All New Materials” e “Racecar” sono ottimi esempi riassuntivi di quanto detto finora; in effetti non è facile descrivere la musica cervellotica dei Nostri, e credo che il modo migliore per comprenderli sia ascoltarli. Occorre una certa predisposizione mentale, questo sì, perché come già spiegato il primo impatto non è dei più amichevoli, soprattutto se si è digiuni della materia suonata dal gruppo.

Disco da consigliare, non per tutti ma neppure un album destinato a un pubblico di nicchia. I puristi del (prog?) metal tradizionale sono però avvisati: band come i Periphery scriveranno in un futuro non troppo lontano pagine sicuramente importanti della musica; è solo questione di tempo e, per chi ancora non ha familiarità con loro, di abitudine.



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