Falkenbach
Heralding - The Fireblade

2005, Napalm Records
Viking

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 07/06/10

Vratyas Vakyas, fondatore dei Falkenbach (più che un gruppo una one-man band, anche se il Nostro si è avvalso, via via, di altri musicisti per realizzare i suoi lavori) pubblica nel 2005 quello che ad oggi risulta essere l’ultimo lavoro della band, “Heralding – The Fireblade”. Il genere proposto è sempre stato fortemente influenzato dallo stile epico venato di folk tipico marchio di fabbrica, tra i tanti, di Quorthon e dei suoi Bathory (periodo “Blood Fire Death” – “Hammerheart” – “Twilight of The Gods”), mantenendo comunque accelerazioni tipiche del black e continui cambi di tempo. Alla voce un clean potente e maestoso si alterna a uno scream freddo e tagliente, generando effetti di assoluto pathos e magniloquenza.

Il disco si sviluppa attraverso otto brani che risalgono in parte a quasi dieci anni prima, quando erano stati composti per un lavoro che non ha poi mai visto la luce se non adesso (previa opportuna opera di restyling che ha limato gli spigoli e le ruvidità di quelle canzoni, ancora ancorate a un tipo di registrazione e mixing passato). Il risultato è un’opera dotata di enorme fascino, che narra di imprese eroiche, racconti epici della tradizione pagana del popolo islandese (al quale Vakyas appartiene) ma non solo, mescolando elementi linguistici diversi (inglese, latino, norvegese e tedesco antico).

Tanti i momenti validi di questo “Heralding – The Fireblade”. Sin dall’apertura affidata a “Heathen Foray” si viene catapultati indietro nel tempo, tra fredde montagne, gelidi mari, e imbarcazioni pronte alla guerra: il pezzo in questione poi pare quasi ergersi a una specie di inno che precede uno scontro, tale è la forza epica che lascia intravedere. Si muove sulle stesse coordinate anche “Hàvamàl”, ballata più lenta e pensosa rispetto alla prima traccia (quasi più “da focolare”) ma non per questo carica di minore fascino. In mezzo ai due brani sopra descritti troviamo invece un pezzo che rimanda al black (ancora fortemente epico) melodico degli esordi: “...Of Forests Unknown...” è un veloce e assassino assalto all’arma bianca, guidato da batteria chitarre e voce lanciate a mille, che rallentano solo in alcuni momenti per sviluppare al meglio il tema portante del brano.

“Roman Land”, quarto in scaletta, seppur anch’essa canzone improntata su una ferrea base black (meno marziale e veloce rispetto a quella di “...Of Forests Unknown...”) riporta alla mia mente anche qualcosa fatto dai Moonsorrow: si tratta in realtà solo di un semplice rimando, una tra le tante influenze di gruppi simili (o comunque debitori verso gli stessi “maestri” di Falkenbach) che è possibile ritrovare in questo album.

Altro momento di eccezionale spessore presente nel disco è “Heralder”. Guidata da tastiere incredibilmente capaci di ricreare atmosfere epiche e intense il brano alterna vari momenti, seguendo passo passo le cronache di un attacco portato da un esercito ai propri avversari. Il suo incedere maestoso e trionfale rende questo pezzo straordinariamente affascinante e ipnotico, tanta è la passione profusa in esso che pare emergere durante tutta la sua durata.
I tre brani a seguire aggiungono poco a quanto detto finora: di base gli ingredienti usati sono sempre gli stessi, si possono solo registrare variazioni nelle atmosfere ricreate. Ciò non vuol dire che siano monotoni o di qualità inferiore, solo che si muovono su coordinate già ampiamente descritte in precedenza. Personalmente mi sento comunque di segnalare la conclusiva “Skirnir”, la quale si avvale dell’uso di continue alternanze di voci (maschile, femminile, recitata, growl, scream), sicuramente di forte impatto emotivo.

C’è poco altro da aggiungere: “Heralding – The Fireblade” è un disco che tutti gli appassionati di folk e viking metal dovrebbero possedere, se non altro per la sua capacità di coinvolgere l’ascoltatore dalla prima all’ultima traccia. Ha poco senso descrivere la struttura di ogni singola canzone: trattandosi quasi più di esperienze, di racconti musicati, è necessario vivere questo disco, respirare il freddo, gli odori di fumo, di terra, di legno e di mare che paiono liberarsi dai suoi solchi. Solo così si potrà apprezzare appieno il gran lavoro svolto da Falkenbach per realizzare quello che pongo tranquillamente tra i migliori lavori di viking usciti di recente.



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