Keep Of Kalessin
Reptilian

2010, Indie Recordings/Nuclear Blast
Black Metal

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 18/05/10

Può essere una “delusione” un disco che si merita un bel 7? Ascoltando “Reptilian” dei norvegesi Keep Of Kalessin possiamo dire di sì. È vero, le virgolette smussano lievemente il messaggio anche un po' provocatorio dietro la parola delusione, ma se prendiamo in esame le dichiarazioni che il buon Obsidian (chitarra) ha usato nella presentazione del disco, capirete molto meglio: “Reptilian decreterà se i Keep of Kalessin approderanno a un livello successivo o resteranno a quello in cui sono ora.

Parola più, parola meno, le intenzioni del leader dei norvegesi era questa, legittima e (detto tra noi) auspicabile, vista la qualità sempre crescente delle produzione della band, capace di inserirsi in un ambiente più affollato di una metropolitana giapponese, potendo anche camminare a testa alta. La doppietta “Armada” e “Kolossus” aveva dato nuova linfa ai nostri, alfieri di un black metal dalle fortissime tinte epiche, ma mai scontato o autoreferenziale, unendo in questi anni appunto epicità e metal estremo come meglio non si potesse fare (dietro solo a gente come Nile e Behemoth tanto per capirci). “Reptilian”, quinto album in carriera, aveva, negli occhi della band, la valenza di una tesi di laurea...

Spiace, i Keep of Kalessin dovranno farsene una ragione, ma a mio avviso, il livello auspicato non è stato raggiunto, potendo però sempre rimanere saldamente su piani decisamente alti. Per fare un paragone calcistico, i nostri non starebbero nell'urna delle teste di serie, assumerebbero il ruolo delle seconde più “toste” del girone, inferiori ma comunque uno spauracchio. Questo perché “Reptilian” non incide come avrebbe dovuto, dando l'immagine di una band di tutto rispetto ma che pare aver perso qualcosa. Per prima cosa bisogna dire che non si può quasi parlare più di black metal: se “Kolossus” aveva già dato dei segnali in tal senso, con la nuova fatica le influenze si fanno più marcate, profilando più un “extreme epic metal” (per fortuna ben lontani dalle tamarrate alla Manowar). C'è molto thrash in questo disco, tanto che alcuni riff potrebbero essere trasportati su un disco dei Megadeth senza accorgersene, oltre a strutture più ricercate e a una rincorsa melodica a volte eccessiva. Cori puliti, che strizzano un occhio al power, si presentano più volte lungo il disco, non sempre piazzati al punto giusto o incisivi a dovere.

Come dicevamo manca qualcosa... Si sente, ma è molto difficile da spiegare a parole. La potenza c'è, basti ascoltare la velocità di “Leaving The Mortal Flesh”, il riffing tecnico e filante pure, vedi la bella opener “Dragon Iconography”, le melodie si fanno strada, la varietà è sufficiente, eppure è tutto l'insieme ad apparire meno convincente. Non tanto per le contaminazioni o per il definitivo allontanamento dal black, ma proprio per una minore ispirazione, una minore profondità e coinvolgimento emotivo. “Armada” vinceva per furia epica, “Kolossus” vinceva per aver raffinato alla grande la formula ponendo le basi per l'evoluzione successiva, “Reptilian” purtroppo non trova una definizione ben precisa.

Indicativa l'ultima lunghissima “Reptilian Majesty” (quasi un quarto d'ora), brano che vorrebbe essere la summa del disco, ma che pare troppo pretenziosa e altalenante. Un peccato, perché nonostante tutto il voto a fondo pagina non è affatto penalizzante, segno che qualcosa (tanto) di buono c'è. Diciamo che se non fate paragoni col passato, non conoscete la band, o non tenete conto delle parole di Obsidian a inizio recensione, un punticino in più potreste aggiungerlo tranquillamente. 



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