Bathory
Twilight Of The Gods

1991, Black Mark Production
Viking

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 20/04/10

I Bathory e soprattutto il loro leader Quorthon, sono sicuramente i fondatori (o almeno i padri spirituali) di una frangia del metal che oggi vanta numerosi epigoni, il viking. Un disco come il presente “Twilight Of The Gods”, del 1991, dovrebbe essere considerato alla stregua di una bibbia (scusate l’ossimoro) per qualsiasi gruppo che desidera cimentarsi in questo genere. Il motivo di questa affermazione è presto detto (e lo può dedurre chiunque ascoltando il suddetto album): tutto ciò che deve esserci nel viking (drammaticità, eroismo, epicità, teatralità, passione, titanismo, malinconia, folk) qui c’è, e in quantità incredibile.

L’inizio del disco stenderebbe chiunque: la prima traccia è infatti una suite di una trentina di minuti composta da cinque brani, tutti di eguale, assurda potenza, con due perle assolute: la title track (aperta e chiusa da due parentesi acustiche) e “Trough Blood By Thunder”. Il rombo battagliero della batteria e i cori in lontananza (ma che col il trascorrere dei minuti assumeranno sempre più importanza nel pezzo), uniti a una semplice ma efficace linea di chitarra, fiera e maestosa, fanno da contorno al cantato vagamente sgraziato e stonato (ma che, non si sa come, dona al tutto un senso di sofferente e tragico) di Quorthon. Il brano è lento e cupo, drammatico nel suo incedere inarrestabile, che sembra rallentare solo intorno al nono minuto, per poi riesplodere con maggiore potenza e intensità con un incisivo assolo di chitarra che marchia a fuoco uno dei più bei pezzi viking mai scritti. “Trough Blood By Thunder” parte anch’essa piano e soffusa, un tappeto acustico che accresce il pathos dei versi recitati dal cantante, prima di lasciarsi andare al brano vero e proprio, un potente solido e evocativo inno che non fa che confermare le emozioni provate con il pezzo in apertura. “Blood And Iron”, con i suoi tempi lenti e cadenzati al limite del doom e le linee melodiche di matrice quasi death, si sviluppa in maniera grandiosa, costituendo il terzo grande pezzo di questo disco. Stesso dicasi anche per la suggestiva (e vagamente più aggressiva) “Under The Runes”, che si guadagna la palma di terzo brano più evocativo e magico di tutto il platter, merito di un chorus davvero da brividi.

Un calo ci può stare: “To Enter Your Mountain” e “Bond Of Blood” sono due momenti un po’ sottotono, afflitti da melodie che calcano un po’ troppo quanto finora sentito e penalizzati da un cantato monocorde. Ma il brano che non ti aspetti da un disco metal (ma che nel contesto viking dei nostri Bathory ci sta eccome) è il successivo “Hammerheart”. Via tutte le chitarre elettriche, quello che abbiamo davanti è un vero e proprio inno, un solenne canto che pare intonato per rincuorare i guerrieri in momenti critici. Il pathos è alle stelle, i brividi corrono lungo la schiena, con gli occhi chiusi si possono quasi immaginare vessilli scossi da un gelido vento, al di sotto dei quali un piccolo manipolo di uomini, spade e scudi alla mano, intona un canto antico, allo stesso tempo requiem per i caduti e incitamento per i pochi rimasti. Al culmine di tutto fanno capolino nuovamente le chitarre, a rinforzare un chorus che già di per sé aveva dello sbalorditivo.

Termina qui “Twilight Of The Gods”. Nuovi Dei sono nati, Dei pagani, che al posto di spade e scudi imbracciano strumenti musicali, I quali se vogliamo lasciano ferite più profonde, nel cuore e nell’anima. Quorthon ormai non c’è più, ma quanto fatto da lui e dai Bathory (che per alcuni sono quasi una “one man band”) costituisce sicuramente una pagina epica e magniloquente nella storia del metal.



01. Twilight Of The Gods
02. Through Blood By Thunder
03. Blood And Iron
04. Under The Runes
05. To Enter Your Mountain
06. Bond Of Blood
07. Hammerheart

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