Mötley Crüe
Shout At The Devil

1983, Elektra Records
Hard Rock

Due anni dopo "Too Fast For Love" i Mötley Crüe sfornano il primo capolavoro della loro carriera
Recensione di Daniele Carlucci - Pubblicata in data: 08/02/13

Il successo di “Too Fast For Love” porta il nome dei Mötley Crüe in ogni angolo degli Stati Uniti e la strada verso la gloria è ormai in discesa. Quello che nel 1981 poteva essere solo un sospetto, due anni più tardi diventa un’assoluta certezza con la pubblicazione del secondo album della band, “Shout At The Devil”: a Los Angeles è nata una nuova stella. Perfetto mix tra heavy e glam metal, abiti appariscenti, trucco e capelli cotonati, canzoni che affrontano argomenti crudi senza peli sulla lingua. E’ così che il gruppo americano si presenta al mondo intero. E in risposta il nuovo album dei Mötley Crüe è già due volte disco di platino all’inizio del 1985, con vendite doppie in un terzo del tempo rispetto al debutto discografico.

Quelli che hanno la giovinezza hanno il futuro. Perciò venite ora figli della bestia. Siate forti e urlate contro il diavolo

Una voce metallica descrive uno scenario apocalittico, in cui il male ha preso il sopravvento e soffocato nel sangue la resistenza dei ribelli. Ma è giunto il momento di reagire e fare la voce grossa. Con l’inferno. Con il diavolo. Questo è il quadro dipinto da “In The Beginning” per introdurre la seconda opera dei Mötley Crüe, un quadro certamente estremizzato, ma quanto mai azzeccato per raccontare la decadenza della società e sottolineare come la possibilità di cambiare il futuro sia in mano ai giovani. I toni oscuri con cui esordisce l’album sbattono di colpo sui riff della title-track “Shout At The Devil”, potente inno hard rock con un ritornello tutto da gridare a squarciagola a cui il destino regala un posto d’onore nei grandi classici della band e dell’intero genere. La stessa sorte tocca anche a “Looks That Kill” e “Too Young To Fall In Love”, di grande impatto la prima, più melodica e compassata la seconda. Vince Neil e compagni non sbagliano un colpo ed insieme sono una forza irrefrenabile che spazza via tutto ciò che incontra: con Tommy Lee in grande spolvero, “Red Hot”, come un ritmo tribale, si insinua sotto la pelle e fa bollire il sangue, mentre “Bastard” si gioca tutto con un tris di velocità, adrenalina e rabbia. I riff granitici di “Knock 'em Dead, Kid” pesano come macigni e si ripetono fino allo stremo per tutta la durata della canzone interrotti solo da un grande assolo di Mick Mars. Lo stesso chitarrista compone e suona la strumentale “God Bless The Children Of The Beast”, elemento nuovo nella musica della band californiana rispetto al precedente “Too Fast For Love”. Le ultime due tracce del disco hanno atmosfere diverse ma comune efficacia: “Ten Seconds To Love” è ritmata, allegra e parla esplicitamente di sesso, “Danger” è più seria ed è accompagnata da un arpeggio malinconico che cresce fino a sfociare in refrain cupi e magnetici.

I Mötley Crüe hanno pensato bene di inserire nel loro secondo full-length anche un’incendiaria e bellissima cover della celebre “Helter Skelter” dei Beatles. Il risultato è devastante e non fa altro che accrescere il già notevole livello dell’album. A proposito dei Fab Four va detto che l’artwork di “Shout At The Devil” è un chiaro tributo a “Let It Be”, un po’ come era accaduto con “Too Fast For Love” che omaggiava “Sticky Fingers” dei Rolling Stones.

“Shout At The Devil” è furioso, travolgente, e rappresenta assieme a “Girls, Girls, Girls” (1987) e “Dr. Feelgood” (1989) il picco creativo più alto della formazione americana strappando con prepotenza l’etichetta di capolavoro della storia dell’hard rock. L’album numero due dei Mötley Crüe si aggiudica nel corso degli anni quattro dischi di platino e viene rimasterizzato nel 2003 con il resto del catalogo della band. Nella nuova versione compaiono il video di “Looks That Kill” e cinque bonus track: le vecchie demo di “Shout At The Devil”, “Too Young To Fall In Love”, “Looks That Kill” e “Hotter Than Hell”, oltre che l’inedito “I Will Survive”. “Hotter Than Hell” fu all’epoca ri-registrata e rinominata per poi finire sul successivo album “Theatre Of Pain” con il titolo di “Louder Than Hell”.





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