Finsterforst
Rastlos

2012, Napalm Records
Black Metal

Recensione di Fabio Petrella - Pubblicata in data: 18/01/13

Che cos’è l’arte se non una rivisitazione ciclica di se stessa? Esistono molteplici copie della Natività e dell’Annunciazione che pur dipinte da pittori diversi, capaci o meno, rievocano lo stesso avvenimento; così come capita che un regista s’affaccendi per il remake di una pellicola già proiettata nei cinema; o ancora che un autore si prodighi nel tributare omaggi agli avi della letteratura. E il bello non viene sempre dai salotti con centrini e tende inamidate. Il letame concima la terra e fa nascere i fiori, come canta De André. Anche qui ci troviamo di fronte ad un processo di rinnovamento ciclico: certo, poi ci sono germogli che sbocciano in profumati roseti e altri che rimangono malerba, ma l’esempio è pratico per il concetto della derivazione totale della sostanza: tutto nasce da qualcosa che già c’è, che già si è visto o udito. E la musica non esula da questo postulato. Si potrebbero portare a testimonianza numerose band, ma per adesso ce ne basta una: i Finsterforst.

Germanici della Foresta Nera, i nostri paladini del pagan/folk metal (che hanno trovato l’apprezzamento della critica, anche se con riserva, per l’ottimo “…Zum Tode Hin” del 2009) sono sempre stati accusati di aver copiato e incollato senza tanti complimenti melodie e strutture dai grandi maestri del genere: i Moonsorrow. L’accusa, sbrogliando subito dubbi e matasse, è giustificata: bastano infatti pochi ascolti per scoprire che la spada brandita dai Finsterforst è stata già usata in battaglia. Ma sforzandoci a vedere la situazione da un’angolazione diversa si potrebbe affermare che il ferro impugnato è lo stesso, ma la lama è stata riforgiata. Un po’ come Andùril, la Fiamma dell’Ovest, l’arma di Aragorn ricreata dai frammenti di Narsil: derivata ma efficace come l’originale. Così è per i Finsterforst. Non hanno inventato nessuna nuova strategia, ma sanno lo stesso come condurre le truppe alla vittoria finale.

A cavallo dei mesi più freddi dell’anno è uscito "Rastlos", il nuovo lavoro dei teutonici che destreggiandosi tra i soliti e poi non tanto vaghi riferimenti agli Agalloch, ai connazionali Menhir, a Falkenbach (i corni di “Fremd” sono inequivocabili) e ai già tirati in ballo Moonsorrow confezionano un’epopea musicale carica di sentimento e retaggio pagano; un viaggio empatico attraverso sentieri fatti d’ombra e ripidi pendii, dove l’emotività delle chitarre acustiche e della fisarmonica si alternano alla più robusta e fredda controparte metal stillando animosità e allargando i confini dell’ascolto. L’epica, come non potrebbe essere altrimenti, spadroneggia. Il livello medio del disco è alto: l’opener “Nichts als Asche” (di cui è disponibile un video in versione ridotta), “Ein Lichtschein” e la finale e interminabile “Flammenrausch” sono brani ragionati, intensi e di certo non lasciati al caso. Cadenzati, dilatati (in alcuni casi anche troppo) e maliardi come di consuetudine. Ma l’attrazione del disco è “Fremd”. I solenni cori (appannaggio dei Bathory) e la chiusura da pelle d’oca meritano particolare menzione. È l’estratto che più afferra l’ascoltatore in cerca di pathos.

Sette brani per un’ora e un quarto di minutaggio; sono questi i numeri di Rastlos, terzo e riuscito album dei cantastorie della Schwarzwald. Nel nuovo full-length dalla pregevole cover gli appassionati troveranno conferme e carne fresca da mettere sotto i denti, ma anche la certezza che i Finsterforst non si sono mossi di un centimetro dal precedente “…Zum Tode Hin”, che ad oggi rimane il gol più bello della loro carriera.




01. Nichts als Asche
02. Fremd
03. Am Scheideweg
04. Stirbt Zuletzt
05. Ein Lichtschein
06. Rast
07. Flammenrausch

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