The Gathering
Disclosure

2012, Psychonaut Records
Alternative Rock

Il decimo album degli olandesi schiude un universo di colori, vibrazioni, sentimenti, ricordi...
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 20/12/12

Neanche a farlo apposta, i trip-rockers olandesi The Gathering continuano a viziare i propri ascoltatori. Neanche a farlo apposta, ai fratelli Rutten sono bastati tre soli anni per dare alla luce l'ennesimo “disco della conferma”. E che disco, direte voi, questi non sbaglierebbero un colpo neanche a pagarli! Del resto, sono gli stessi The Gathering che, con grande professionalità, portano avanti da più di due decadi un discorso musicale fatto di poesia e amosfera, gli stessi che possono vantare una discografia ampia e coesa, che mai li ha visti eccedere o scadere in facili tentazioni mainstream, mai li ha visti produrre un LP al di sotto delle aspettative generali o dei propri standard artistici. Se nel 2009, in occasione dell'uscita di “The West Pole” - un disco dalla gestazione travagliata ma a dir poco gratificante nei risultati - chiamammo in causa la regola dei “vent'anni e non sentirli”, è chiaro che per tributare a parole questo ennesimo giro di boa dovremmo andare semplicemente oltre. Potremmo, ad esempio, azzardare che in pochissime altre occasioni il paese dei mulini a vento ha partorito realtà musicali tanto ispirate e durature, ma non preoccupatevi: non ci spingeremo così in là. Descrivendo “Disclosure”, ci “limiteremo” a perderci tra le sue immagini futuristiche, tra strani grovigli di ingranaggi, navicelle spaziali in miniatura e uccellini che svolazzano allegramente all'interno di sfere di cristallo appoggiate sulla testa di graziose fanciulle.

Premendo il tasto play, la realtà tutt'intorno assume le forme di un viaggio al di fuori dei confini spazio-temporali, vuoi per la naturalezza con la quale il quintetto riesce a condensare le proprie influenze musicali in una pasta sonora astratta e multiforme, vuoi perché “Disclosure” sembra ripercorrere al suo interno le tappe più importanti di un tragitto inaugurato tanti, tanti anni fa. Capita, scrutando attraverso l'oblò, di scorgere una chitarra figlia del doom più granitico sfumata in un soffuso arabesco dream pop (“Paralyzed”), una psichedelia d'annata sposata alla filosofia new prog inglese (“Heroes For Ghosts”), un Mike Oldfield rivestito di delicatissima sensibilità elegiaca e cantautorale (“Missing Seasons”), un free-jazz trasfigurato da incursioni noise (“I Can See Four Miles”), meravigliose malizie elettroniche perfettamente in linea con la nuova stagione pop rock (“Meltdown”)... Capita d'imbattersi in quelle che potremmo definire indispensabili garanzie di successo: l'introspezione shoegaze di “Paper Waves”, bellissima nel suo continuo climax emozionale, e i brani-gemelli “Gemini I” e “Gemini II”, due facce della stessa medaglia che hanno il suono di un progressive rock maturo e sofferto - nel primo caso - e di onirico trip-hop - nel secondo. Infine lei, Silje Wergeland, la voce dell'inverno, giunta dalla Norvegia per soffiare malinconia sulle note della formazione orange, con i suoi occhi color smeraldo e la sua voce eterea, dolciastra, maledettamente femminile.

Il passato non si rimpiange, perché in “Disclosure” convive con il presente e il futuro stesso della band che lo ha visto crescere giorno dopo giorno, come un figlio. Al suo interno tutto è colore, vibrazione, sentimento, ricordo (“These space I've coloured with life and faith, these smiles and tears I've gathered from joy and rage”, per citare una splendida “Missing Seasons”). E, se schiudere lo scrigno dove conservate i vostri ricordi vi potrà sembrare un gesto doloroso, non preoccupatevi: i The Gathering leniranno le vostre ferite, accarezzandole con la sobrietà che da dieci album a questa parte li contraddistingue.





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