Green Day
ˇTre!

2012, Warner Music
Punk Rock

Giunti alla fine, è ora di fare i conti...
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 11/12/12

Siamo giunti al capolinea, o meglio, al termine della conta. Dopo il ruffiano e radio-friendly “¡Uno!”, il ruvido ma prolisso “¡Dos!”, eccoci a disquisire di “¡Tre!”, ultimo capitolo di questa strana trilogia tanto voluta dai Green Day. Perché strana? Lo spiegheremo a tempo debito.


Anzitutto, parliamo del disco in sé: tra le tre pubblicazioni, l’ultimo arrivato è decisamente il più equilibrato, il migliore sotto il punto di vista della fluidità d’ascolto, forse un po’ carente di quella zampata decisiva che avrebbe dato uno scarto importante ai due predecessori, ma ad ogni modo molto, molto più riuscito. Sia che si tratti delle rivisitazioni del rock and roll anni ’50 in salsa pop punk (“Brutal Love”, “Amanda”), sia che si tratti del classico sound della band americana (“99 Revolutions”, “Sex, Drugs & Violence”, l’eccessiva “Dirty Rotten Bastards”) o di un colpo inaspettato come la bella ballad conclusiva “The Forgotten”, i Nostri imbastiscono un sound e soprattutto un’alchimia che in “¡Uno!” e “¡Dos!” latitavano. Non si crea nulla di nuovo, sia chiaro, ma è palese e palpabile un livello d’ispirazione piuttosto superiore. Poteva esserci qualche parte cantata un po’ più incisiva, ma nulla che infici in maniera decisa l’apprezzabile risultato finale.


Ma allora, perché il voto in calce è relativamente modesto? Perché in esso vi è la media tra la qualità effettiva di “¡Tre!” e la qualità complessiva della trilogia: aggiungete mezzo voto per il disco, diminuite di 0,5 per l’operazione generale. E qui torniamo al quesito iniziale: perché si parla di trilogia “strana”? La risposta è di per sé molto semplice: di tutto il materiale proposto negli ultimi mesi dai Green Day, quello veramente valido poteva esser contenuto in un unico CD. Se “¡Tre!” è decisamente il più equilibrato, “¡Uno!” il più radiofonico e “¡Dos!” il più energico, al netto tutti contengono solo alcuni brani davvero meritevoli, mentre il resto oscilla tra episodi discreti e meri riempitivi (in particolare in “Dos!”), ed è proprio questo il dubbio che nuovamente subentra: era davvero necessaria questa trilogia? A conti fatti (è proprio il caso di dirlo), no. Avere tantissimo materiale potenzialmente buono tra le mani non significa che sia per forza di cose tutto davvero buono. Per il materiale buono ma non convincente al 100% ci sono quelle che una volta venivano chiamate “B-side”, oggi più comunemente chiamate “bonus track”. Fare una selezione ponderata, meticolosa e coscienziosa della quarantina di brani totali avrebbe portato via del tempo, ma avrebbe permesso a Billie Joe e compagni di sfornare un unico disco decisamente convincente, egregio, divertente, se vogliamo sorprendente. Invece, forse per mania di grandezza, chissà, si è deciso di optare per l’altisonante trilogia.


La curiosità per “¡Uno!”  ha condotto alla delusione per “¡Dos!”, fino ad imbattersi nel rammarico alla fine dell’ascolto del buon “¡Tre!”: un unico album di quindici, diciassette tracce sarebbe bastato, anzi, avrebbe giovato alla band, ed invece siamo dinanzi ad un’operazione di marketing discutibile (tre dischi in quattro mesi, di questi tempi, costituiscono un impegno economico di non poco conto da parte del fan e dell’amante della musica in generale), seppur intervallata da momenti validi.


Comprare “¡Tre!”? Vale la pena, in virtù di quanto detto nella prima parte della recensione. Comprare la trilogia nella sua interezza? In questo caso, forse sarebbe meglio contare fino a tre, prima di prendere una decisione.





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