Jon Lord
Concerto For Group And Orchestra

2012, earMUSIC
Classica

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 14/11/12

Raccontare con poche parole tutto quello che il grande Jon Lord ha rappresentato è una tentazione in cui non vogliamo cadere: troppo grande il rischio di cimentarsi in un esercizio di facile retorica, troppo complesso descriverne la parabola artistica oltre i luoghi comuni. Con lui non se ne va solo l'autore delle pietre miliari che tutti conosciamo, con Jon Lord scompare un artista innovativo e sui generis nell’intero panorama della musica contemporanea, uno dei primi musicisti capaci di cogliere e filtrare stili differenti. "Concerto for Group & Orchestra" è il testamento musicale di un artista che dal 2002 ha percorso una sorta di ritorno alle origini recuperando l’amore per un genere, la musica classica, che ha finito per caratterizzarne in maniera pressoché esclusiva gli ultimi anni di carriera.
 
Anche se il titolo richiama inevitabilmente il celeberrimo, omonimo disco dei Deep Purple, archetipo tutt’oggi insuperato di un certo modo di concepire la sperimentazione fra rock e musica classica, i contenuti delle due opere presentano rilevanti differenze. L’estro compositivo di Jon Lord si materializza in tre movimenti interpretati dalla Royal Liverpool Philharmonic Orchestra in modo magistrale, in cui la potenza della sezione fiati spiana la strada ad improvvise incursioni rock di Bruce Dickinson, Steve Morse, Joe Bonamassa e Guy Pratt (Pink Floyd), solo per citare i più famosi. L’ascolto di quest'opera lascerà una punta di rammarico nell’ascoltatore: gli inserti del “Group” altro non sono che passaggi estemporanei, peraltro ispirati, che fungono quasi da corollario ad un’opera concepita con un occhio sul lato colto del pentagramma. Un maggior equilibrio del connubio rock-classica, operazione cui Lord non è certo estraneo, avrebbe conferito all’opera maggiore fruibilità e vivacità.
 
Al tempo stesso però va considerato il forte valore simbolico dell’opera, per cui vietato sollevare inutili recriminazioni. Resta da inchinarsi ancora una volta al cospetto di un genio, un artista di levatura mondiale che ha vissuto la sua musica fino all’ultimo senza autocelebrarsi, accompagnato da quella spinta a migliorarsi prerogativa dei grandi musicisti. Ci mancherai, Jon.




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