My Dying Bride
A Map Of All Our Failures

2012, Peaceville Records
Gothic/Doom

Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 22/10/12

Parlare male dei My Dying Bride sarebbe come gettare del fango su un'istituzione che, dopo anni ed anni di onorato servizio, continua a svolgere il proprio dovere in maniera impeccabile. E il quintetto di Halifax, per tutta la scena doom metal, rappresenta a tutti gli effetti un'istituzione, una sicurezza. Come molti dei nostri lettori ricorderanno, le cupe sinfonie, le macabre visioni e il torbido romanticismo che sin dagli albori permeano la musica di Aaron Stainthorpe e soci hanno definito i canoni del genere, a volte uscendo dal seminato (lo sperimentale “34.788%... Complete” - ormai un lontano ricordo - o il più recente progetto ambient “Evinta”), altre volte strizzando l'occhio ai bei tempi che furono, quando chitarre, basso e batteria sembravano emergere dalla Terra per urlare all'umanità la propria furia atavica (l'EP “The Barghest O' Whitby”, pubblicato lo scorso anno).

Cenni storici a parte, quel che è certo, è che se amate crogiolarvi in questo tipo di suoni ed atmosfere, dovrete poggiare immediatamente a terra le pietre che eravate pronti a scagliare: i My Dying Bride, inossidabili come pochissimi altri, non falliscono neanche a pagarli. Alla faccia dei gufi. “A Map Of All Our Failures” si impone con la forza devastante di un macigno introspettivo, tipicamente anglosassone; se apprezzate la poesia del primo Ottocento, le associazioni mentali non tarderanno a manifestarsi... Ma c'è di più; e questo “di più” è dato dalla maestria di Aaron, interprete aristocratico e growler disumano, da un uso del violino come non lo sentivamo dai tempi di “The Angel And The Dark River” (merito del giovane Shaun MacGowan), dal basso spigoloso, letale e sanguigno di Lena Abé, dalle chitarre di Andrew Craighan e Hamish Glencross, fedeli compagne di molti funerali interiori. Impossibile trovare tanta classe tra i nuovi arrivati; impossibile il confronto con un'altra realtà storica come quella dei “cugini” Paradise Lost, quasi persa in un autocitazionismo scolastico e prevedibile che ha il forte odore del fan service. I My Dying Bride, se fossero veramente intenzionati a compiacere, compiacerebbero soltanto se stessi. Come attori martoriati, esangui, alienati dalla loro gotica messa in scena.

Dove posizioneremmo il disco all'interno di un'ipotetica classifica? La risposta è piuttosto semplice. Meno tentennante di “For Lies I Sire”, più eterogeneo di “A Line Of Deathless Kings”, “A Map Of All Our Failures”, pur rimanendo lontano dall'eccellenza degli anni 90, è un Signor disco doom. Ahimè, in questa sede non scomoderemo la parola “capolavoro”, perché gli otto brani in scaletta non sono privi di difetti - se vorrete, starà a voi scovarli. Eppure, per quanto paradossale potrà sembrare, “A Map Of All Our Failures”, a differenza dei due predecessori, ha l'aria di non essere soltanto un bel disco, quanto, piuttosto, un biglietto di sola andata per il Paradiso Perduto di ogni doomster.





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