Pelican
What We All Come To Need

2009, Southern Lord
Post Metal

Recensione di Marco Mazza - Pubblicata in data: 16/10/12

Le quattro menti che si nascondono dietro il moniker di Pelican hanno saputo con il tempo ritagliarsi un posto sempre più di rilievo nell'enorme panorama post-rock che si è sviluppato dagli anni 2000. Sono riusciti a trovare un proprio spazio all'interno di un genere già dettato nella sua forma matura da altri, cercando comunque di creare qualcosa di originale e personale, cosa che li ha portati ad essere immediatamente riconoscibili.


Sono il risultato della miscela del post-rock di maestri come Godspeed You! Black Emperor ed ancora di più degli Explosions In The Sky, con l'anima più spiccatamente metal del gruppo, in  particolare doom/sludge, portandoli vicino al risultato ottenuto da altri grandi nomi della scena post-metal: ISIS in primis e Neurosis. Il risultato finale è un'alternanza tra parti più rilassate ad altre più "sismiche", amalgamate così in profondità che spesso ci si chiede quando finisca l'una e cominci l'altra. Ed è proprio grazie a questo stratagemma che riescono a creare un climax generale in grado di esaltare quella che è probabilmente la loro maggior qualità: il creare l'attesa nell'ascoltatore. Ad ogni nota ci si chiede quale potrebbe essere la prossima, potrebbe essere luce od ombra, la fine o un nuovo inizio. Tutti questi elementi hanno portato i Pelican a rilasciare album del calibro dello stupefacente "Australasia", esordio che ha saputo indicare sin da subito quale sarebbe stata la via seguita dal gruppo di Chicago; del capolavoro "The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw", e dell'ottimo "City of Echoes". In tutti questi lavori hanno sempre saputo stupire, coinvolgere ed emozionare l'ascoltatore. Ed è anche a causa di questi precedenti che questo "What We All Come To Need" delude, delude molto, forse anche oltre quello che è il suo reale valore.

L'album esce a due anni di distanza dal precedente "City of Echoes", e vede la collaborazione di numerosi ospiti esterni. Il sound generale dell'album è leggermente cambiato rispetto a dove li avevamo lasciati; è meno vario, più monolitico e pesante. Si parte con "Glimmer" che fa ben sperare, il brano, che si avvale della partecipazione al basso di Ben Verellen degli Helms Alee, aggredisce subito e riesce coinvolgere l'ascoltatore anche grazie all'inserimento di elementi progressive. La successiva "The Creeper" ha un'intro decisamente doom e procede poi virando verso scenari stoner (vengono in mente i Kyuss dei tempi d'oro). È sicuramente il brano più pesante presente in tracklist, a cui certo non può non aver contributo in modo determinante Greg Anderson dei SunnO))), l'ospite della traccia. Fin qui tutto sommato non è male, non siamo ai loro migliori livelli ma nel complesso i pezzi sono godibili, soprattutto l'opener "Glimmer". Già dalle successive "Ephemeral" e "Specks Of Light" è possibile però notare le crepe che affliggono il disco e che troveranno conferma nelle traccie seguenti. I Pelican non riescono infatti più ad "immergere" l'ascoltatore, perdono la capacità di creare l'attesa, le tracce si susseguono in un vortice senza alcuna linea comune che le unisca, la piattezza generale è evidente. In "What We All Come To Need" non riescono a ricreare l'ansia, l'attesa, l'attenzione ed il convolgimento totale che è stata la migliore caratteristica dei precedenti lavori. "Strung Up From The Sky" rende evidente tutti questi difetti, noia, non c'è altro modo per definire questa traccia, "An Inch Above The Sand" prosegue sulla falsariga della precedente, non aggiunge nulla di nuovo, è calma piatta. La title track "What We All Come To Need" risolleva leggermente le sorti del disco e vede la presenza di Aaron Tuner degli ISIS come guest guitar. La traccia ruota divertente e libera anche se si evolve in qualcosa di poco comprensibile negli ultimi minuti. La conclusiva "Final Breath" è la sorpresa che non ti aspetti, non perchè sia un capolavoro ma perchè risulta essere la prima canzone non interamente strumentale della band. La voce è quella del guest Allen Epley dei The Life And Times. La sua voce si sposa ottimamente con le calme note di un brano tutto sommato riuscito.
 
Recensire "What We All Come To Need" è difficile, molto. Perchè dire che un album non sia sufficiente quando risulta ottimamente suonato ed arrangiato è difficile da spiegare, ancor di più se si considerano le ottime collaborazioni di cui si è avvalso. L'album non è brutto di per sè, ma manca la scintilla che li ha resi quello che sono, non coinvolge. Sembra che abbiano perso di personalità, forse per gli eccessivi ospiti o più probabilmente cercando di inseguire i Pelican del passato senza ritrovarli. Uno smarrimento generale di idee tradotto in un disco troppo confuso e che non riesce ad ottenere nulla di significativo.





01. Glimmer

02. The Creeper

03. Ephemeral

04. Specks of Light

05. Strung Up from the Sky

06. An Inch Above Sand

07. What We All Come to Need

08. Final Breath

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