Mumford & Sons
Babel

2012, Gentlemen Of The Road/Island Records
Folk Rock

Sulla strada di casa, la musica dei Mumford & Sons continua a farci compagnia...
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 11/10/12

Dopo aver girovagato in lungo e in largo per il vecchio e il nuovo continente, contagiando migliaia di ascoltatori con la sua “spensierata malinconia”, la musica dei Mumford & Sons ritrova la via di casa; si ritorna là dove tutto ebbe inizio, nella fredda e nebbiosa capitale inglese. Una Londra che mai quanto oggi potrà considerarsi fiera di aver visto nascere quattro artisti in grado di esportare la “West London folk scene” in tutto il globo, fino a raggiungere l'ambita vetta delle classifiche di vendita americane (in barba a tutti coloro che prima di loro avevano fallito nell'impresa). La grande notizia risale a pochi giorni fa: “Babel”, il secondo inciso in studio della band capitanata da Marcus Mumford, ha raggiunto, grazie alle 600.000 copie vendute ad una sola settimana dall'uscita, il primo posto nella prestigiosa classifica di Billboard. Dopo vari e ripetuti ascolti, la nostra opinione è più che chiara: un traguardo meritatissimo.

Eppure, se la regola prevede che il secondo album sia sempre il più difficile nella carriera di un artista”, l'accusa che i detrattori potrebbero muovere contro i “Gentiluomini della Strada” è quella di essersi ripetuti e di aver confezionato un disco fotocopia del precedessore. Effettivamente, i brani che aprono il nuovo parto discografico dei Nostri non presentano grandissime novità rispetto al sound di “Sigh No More”: la title-track scivola velocemente, quasi fosse una dichiarazione di autenticità, tra le consuete baraonde di chitarra acustica, banjo, gran cassa, contrabbasso (e chi più ne ha... più ne metta!), lasciando spazio ad una più movimentata “Whispers In The Dark”, che nella sua sincerità sembra pagare qualche dazio alla piacioneria di Chris Martin e soci.

Ma bastano il calore e il sentito crescendo del singolo “I Will Wait” per riprendersi dalla sensazione di fiacchezza iniziale: i Mumford & Sons ne approfittano per sedersi tra noi, impugnano i loro strumenti e cominciano a cantare d'amore. Mentre nelle casse dello stereo scorrono le note di “Holland Road”, versate nel vostro calice un bicchiere di buon vino rosso e ascoltate la storia di un uomo che fa ritorno dalla propria innamorata, abbandonando la mente ai propri pensieri mentre cammina lungo l'omonima strada londinese che collega Kensington High Street ad Holland Park. Oppure, fate vostra la promessa racchiusa nel torpore di “Ghosts That We Knew”: “Give me hope in the darkness that I will see the light / Cause oh they gave me such a fright / But I will hold on with all of my might / Just promise we will be alright”. Godete dell'esplosione di pathos di “Lover Of The Light” (con un Marcus Mumford spettacolare nelle vesti di batterista) o scioglietevi nell'intimo abbraccio di “Lover's Eyes”, immaginando il sorriso della persona che amate mentre la torre del Big Ben fa capolino nel cielo nuvoloso.

I Mumford & Sons saranno anche cresciuti, saranno anche diventati inguaribili romantici, ma non hanno per questo dimenticato la loro anima di eterni artisti itineranti, motivo per il quale ci regalano una bellissima “Hopeless Wanderer”, quasi un inno alla natura stessa della band, prima di omaggiare il folklore anglosassone con “Not With Haste” (se avete avuto occasione di vedere il recente film d'animazione “Brave”, la ricorderete in una meravigliosa versione cantata da Birdy – per l'occasione rinominata “Learn Me Right”) o di sconfinare nei toni mesti e tormentati di “Broken Crown” (ottimamente supportata dalla solennità degli ottoni) o nel rock “da stadio” di “Below My Feet”. Ma le sorprese non finiscono qui, perché se acquisterete l'edizione deluxe del disco, le tre bonus track aggiuntive sapranno emozionarvi in maniera altrettanto efficace (segnaliamo, tra queste, la malinconica cover di “The Boxer” di Simon & Garfunkel, cantata e suonata con grande trasporto in compagnia di Jerry Douglas e dello stesso Paul Simon).

Se trovare rimandi e citazioni a tutti i costi è la vostra passione, provate a mescolare Bruce Springsteen, Johnny Cash, Simon & Garfunkel, Leonard Cohen, Coldplay e Arcade Fire in un solo ipotetico disco: siamo sicuri che, nonostante gli sforzi, la musica dei Mumford & Sons del 2012 riuscirebbe a distinguersi per la propria genuinità, pur continuando ad evolvere sulle stesse influenze bluegrass e sulle stesse strutture in crescendo di tre anni fa. Un motivo sufficiente per iscrivere il loro nome tra le maggiori garanzie del folk revival del nuovo millennio (alla faccia degli islandesi Of Monsters And Men, che con il loro album d'esordio hanno fatto di tutto per sottrarre loro questo scettro).

Se i Mumford & Sons di “Sigh No More” sono stati una voce amica in questi ultimi anni, “Babel” sarà il disco che vi farà compagnia nelle fredde sere d'inverno, così come nei caldi pomeriggi estivi. Il disco che vorrete portare con voi quando brinderete all'anno che verrà. Il disco che tornerete volentieri ad ascoltare quando, tra tanti anni, desidererete soltanto sedervi su una sedia a dondolo, per sfogliare un album di vecchie fotografie e ricordare le gioie e i dolori dei giorni passati...



01. Babel
02. Whispers In The Dark
03. I Will Wait
04. Holland Road
05. Ghosts That We Knew
06. Lover Of The Light
07. Lovers’ Eyes
08. Reminder
09. Hopeless Wanderer
10. Broken Crown
11. Below My Feet
12. Not with Haste
13. For Those Below (Deluxe Edition Bonus Track)
14. The Boxer (feat. Jerry Douglas and Paul Simon) (Deluxe Edition Bonus Track)
15. Where Are You Now (Deluxe Edition Bonus Track)

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