Mumford & Sons
Sigh No More

2009, Gentlemen Of The Road/Island Records
Folk Rock

Sulle strade che collegano il Vecchio e il Nuovo Mondo risuonano le note dei Mumford & Sons...
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 22/09/12

Il bluegrass nacque attorno agli anni '40 negli Stati Uniti, ma le radici di questo genere musicale sono ben più antiche di quel che potrebbe sembrare, e affondano rigogliose nelle verdi e nebbiose lande della terra d'Albione. Furono infatti gli immigrati scozzesi, irlandesi e inglesi a trapiantare nel Nuovo Mondo la propria eredità musicale, imprimendo nelle sonorità country degli stati del Sud la frenesia festaiola, la poetica dei bardi medievali e il retrogusto amaro e malinconico che l'emigrante europeo si portava immancabilmente appresso. La coralità del gospel, il calore del blues e le variazioni sul tema tipiche del jazz fecero il resto, trasformando il bluegrass nel genere “cosmopolita” per eccellenza. Questa musica, per rimanere fedele alla fama di una tradizione apolide par excellence, non si esaurisce con l'avvento del nuovo millennio e, soprattutto, non rimane confinata nei ranch e nelle isolate province degli USA; il folk revival degli anni 2000 consente al bluegrass di fare ritorno al Vecchio Continente, per la precisione in quel di Londra, dove un manipolo di artisti dà inconsapevolmente vita a quella che in seguito sarà conosciuta come “West London folk scene”. Tra questi troviamo Laura Marling, Johnny Flynn, Noah & The Whale e i più noti Mumford & Sons.

La band prende il nome dal proprio leader, Marcus Mumford; sottintendendo una gestione degli “affari” a carattere familiare, Mumford & Sons suona quasi come il nome di una piccola bottega di musicisti d'altri tempi. Un'immagine che ben si presta a questi quattro ragazzi coi capelli arruffati, le camicie sbottonate, i gilet in lana e gli stivaletti di pelle. Guardando le foto promozionali, sembra già di vederli partire con una vecchia valigia marrone e i propri strumenti sgangherati sulle spalle, pronti a portare la propria arte in giro per il mondo, e fa quasi sorridere pensare che il loro primo grande successo mondiale, l'album d'esordio “Sigh No More”, sia stato registrato nel 2009 sotto la guida di Markus Dravs (colui che due anni più tardi produrrà “The Suburbs” degli Arcade Fire) in un'epoca in cui la band non possedeva nemmeno una strumentazione professionale.

Le citazioni che accompagnano il disco sono a dir poco colte (si passa da Steinbeck a Shakespeare – il titolo dell'album deriva dalla celebre commedia “Molto Rumore Per Nulla”), ma ai Nostri va riconosciuto il pregio di non suonare mai in maniera troppo sofisticata o spudoratamente nazional-popolare. La chiave del successo è quindi racchiusa nella naturalezza con la quale questi dodici brani riescono a stamparsi nella memoria di chi ascolta, grazie al calore della voce di Mumford, perfetta nell'intonazione e nelle cadenze alla Johnny Cash, a scapito di un timbro che ha l'aria di essere reduce da una serata di bagordi in una vecchia taverna irlandese. Va fatto notare che Marcus Mumford, Ben Lovett, "Country" Winston Marshall e Ted Dwane sono quattro polistrumentisti di tutto rispetto ed è proprio in virtù di questa caratteristica che i loro pezzi appaiono così ricchi e dinamici pur riproponendo, nel bene o nel male, le stesse strutture e le stesse variazioni. Così, in una fanfara di fisarmoniche, contrabbassi e chitarre acustiche, tra gli spettacolari arpeggi di banjo di Marshall, i Mumford & Sons travolgono (“Sigh No More”, “The Cave”), divertono (“Little Lion Man”) ed emozionano, quando i toni calano e si fanno elegiaci (“White Blank Page”, “Thistle & Weeds”).

Negli ultimi due anni i palchi più importanti di tutta la scena alternative hanno trasformato i Mumford & Sons in perfetti “gentiluomini della strada” (tant'è che quest'espressione dà il nome alla casa discografica di loro proprietà), oggi pronti a scaldarci il cuore e a portarci in giro per il mondo, anche soltanto chiudendo gli occhi e ascoltando la loro musica senza barriere, con un nuovo album intitolato “Babel” (potevano forse trovare titolo più adatto?).

Immagino che le suole delle vostre scarpe non siano ancora completamente consumate; ebbene, non stupitevi se anche voi sentirete il bisogno di partire per un altro viaggio, dopo aver stretto la mano a questi ragazzi.





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