Ahab
The Giant

2012, Napalm Records
Doom

Recensione di Fabio Petrella - Pubblicata in data: 19/06/12

La vita fugge, et non s’arresta una hora” scriveva giusto qualche secolo fa Francesco Petrarca in una poesia raccolta nel leggendario Canzoniere. Ma per gli Ahab, band tedesca etichettata come Nautik Funeral Doom Metal – non chiedetemi cosa sia -, l’esistenza pare cadenzarsi al tempo di musica. La prova è la loro ultima fatica, terza coppa nel palmarès di squadra, intitolata “The Giant”.

Gli Ahab fermano il tempo e si fermano nel tempo. La loro musica è così lenta e ridondante (come vuole il genere) da sfatare anche il paradosso di Zenone e se i tedeschi fossero la saggia tartaruga si farebbero raggiungere in quattro e quattr’otto da Achille piè veloce. Ma a ben vedere, gli Ahab si identificano più nel terzo paradosso del noto filosofo greco, quello della freccia. Infatti la musica di questi quattro crucchi appare in movimento, ma in verità è immobile e occupa solo uno spazio che è pari a quello della sua lunghezza. “The Giant”, senza girarci tanto attorno, seppure dimostra una ottima qualità delle composizioni, è noioso come un’amichevole pre-europeo. Al contrario della compagine calcistica della loro terra natia, gli Ahab imbastiscono un gioco lento e ansioso, catenacciaro come Trapattoni comanda e senza spunti da fuoriclasse che animano le folle. A livello tematico il lavoro, come leggiamo nella bio, pesca a mani basse nella grande produzione letteraria dell’immortale Edgar Allan Poe, con predilezione per le avventure marinaresche del misterioso Arthur Gordon Pym. Come avrete capito, il mare e i suoi sterminati abissi sono la parte fondante della produzione lirica dei nostri (a nessuno, spero, va ricordato chi sia il capitano Achab a cui i teutonici devono il nome). Le ispirazioni sonore, invece, appiano presto evidenti e numerose. Il Nautik Doom Funeral Metal (etichette sempre più comiche!) degli Ahab è di corporatura massiccia e di mente ariosa e leggera capace di elaborare un pensiero musicale contaminato da diversi generi. Facili da rintracciare nel disco sono le influenze di gruppi come Earth (“Further South”), Black Sabbath (“Antarctica The Polymorphess”) e Alice In Chains (“The Giant”). Ma i sei brani che compongono l’opera, nonostante un calibratura epica ed evocativa, non entusiasmano troppo e rimangono aggrappati al terreno come un’ancora trattiene una nave alla fonda. L’uniformità e la prolissità delle canzoni finiscono per stancare l’ascoltatore (soprattutto chi non è abituato al genere) che troverà le pause fin troppo contemplative difficili da digerire.

Gli Ahab, seduti sull’impavesata del proprio veliero, guardano il nostromo impartire ordini alla ciurmaglia. C’è chi si inerpica sui pennoni delle vele quadrate per andare a giuncare, chi spazzola il ponte di coperta, chi rinsalda e unisce le assi dello scafo e chi si prepara a calare in mare la scialuppa di salvataggio per fuggire lontano. “The Giant”, come la vita di bordo, non è per tutti.





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