Candlemass
Psalms For The Dead

2012, Napalm Records
Doom

La diabolica messa è finita, andate in pace.
Recensione di Fabio Petrella - Pubblicata in data: 11/06/12

I Candlemass suonano da quando io non ero che un miraggio nell’utero di mia madre, quindi non mi sembra il caso che stia qui ad annoiarvi con una di quelle inutili presentazioni che di solito si fanno quando non si ha niente da dire o quando l’anonimato di un gruppo lo impone per allungare il brodo. Stavolta, per dovuto rispetto, partiamo subito col botto e con una notizia che farà arricciare il naso ai sostenitori degli svedesi: la band (ma sarebbe più corretto dire Leif Edling) ha appena comunicato la “cacciata” di Robert Lowe, singer che era entrato in formazione nel 2007 sostituendo il veterano Messiah Marcolin, senza un apparente motivo. O meglio, la scelta, del tutto inaspettata (anche se i frequenti mal di pancia di Edling sono noti), a quanto pare è conseguenza della discutibile qualità delle performance live di Lowe. La cosa appare poco credibile, e ci provoca un lieve prudore nel basso ventre, ma passa in secondo piano quando ci apprestiamo all’ascolto di “Psalms For The Dead”.

Il nuovo (ed ultimo a detta di Edling) lavoro targato Candlemass - l’undicesimo - è un album di mestiere composto a lume di candela che scuoterebbe anche la coscienza del più intrepido servo del Signore genuflesso davanti il tabernacolo di una fredda chiesa di campagna. La pigrizia delle ritmiche, il velo nero che offusca ogni passaggio, l’organo che sbuffa come una locomotiva, l’atmosfera epica e decadente ricorrono come un deja-vu proiettando l’ascoltatore in un vortice oscuro. Le nove tenebrose litanie che compongono il platter, cupo come la notte che tutto involge, palesano le caratteristiche endemiche della band esaltandole a tracce alterne. I salmi sono recitati con dovizia e carisma da Robert Lowe (fatto che dimostra come il suo allontanamento sia legato ad altri problemi) che accarezza il velluto sabbathiano delle composizioni e vi ricama sopra trame segrete e sotterranee. La grandiosa opener “Prophet” si fa subito carico del disco con il suo incedere cadenzato e potente. Il lavoro delle chitarre è massiccio e le tastiere battono sapientemente la pista fino al germogliare del solenne chorus. Dopo il giro di boa il brano prende velocità, perde sostanzialmente la sua forma iniziale, si dilata, e in ultimo torna alle origini più epiche e dogmatiche. “Dancing In The Temple (Of The Mad Queen Bee)” è l’hit del disco. L’estratto, di approccio istantaneo, eredita la forza mistica di un culto antichissimo e la tramuta in una melodia lesta ed avvincente. “The Lights Of Tebe”, la title-track e “Killing For The Sun” sono canzoni minacciose dai tempi scanditi e l’aria truce. Il trittico sacrilego - non a caso installato al centro dell’opera - rispecchia l’educazione musicale degli svedesi e s’impone come matrice dei “Salmi della Morte”. Menzione va fatta anche per la traslucida “Siren Song” che vive in simbiosi con il suono maligno dell’organo/sintetizzatore.

“Psalms For The Dead” è un album di origine controllata e protetta, epico, modulato e dalle tinte fosche che in un baleno farà la felicità dei più inquieti d’animo. La diabolica messa è finita, andate in pace.




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