Storm Corrosion
Storm Corrosion

2012, Roadrunner Records
Prog Rock/Ambient

Wilson e Åkerfeldt di nuovo assieme in un disco spettrale e silenzioso...
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 11/05/12

È davvero difficile esprimersi sul debutto omonimo degli Storm Corrosion. Lasciarsi andare in un giudizio molto superficiale (“ma che due palle!”) o vestire i panni dell’intellettuale radical chic (“capolavoro d’introspezione”)? Certo è che in un mercato tristemente appiattito verso la mediocrità, un disco in grado di scatenare pareri e giudizi contrastanti è sempre ben accetto e benedetto.

Difficile perchè gli Storm Corrosion non sono una band normale, ma il tanto sbandierato e atteso progetto di due totem del metal/rock degli ultimi tempi, l’inglese Steven Wilson (Porcupine Tree e tanto altro) e lo svedese Mikael Åkerfeldt (padre padrone degli Opeth), quindi due pesi massimi da cui ci si attende sempre molto. Fortuna nostra che non si sia materializzato anche Mike Portnoy (ex Dream Theater) dietro le pelli, frenato da numerosi impegni e dalla non necessità di un terzo nome così ingombrante, vista anche la quasi totale assenza di batteria nel disco (affidata all’altrettanto eccellente Gavin Harrison), di carne al fuoco ce n’era già troppa.

Descritto come la terza parte della trilogia formata con il doppio album solista di Wilson, “Grace for Drowning” ed “Heritage” degli Opeth, “Storm Corrosion” non ha nulla in comune coi lavori appena citati, distaccandosi parecchio anche da “Damnation”, il disco, nato dalla collaborazione dei due, probabilmente più “accostabile” concettualmente al nuovo arrivato. “Storm Corrosion” è un album cupo, onirico, spettrale, d’avanguardia (per chi è pro), inutilmente pretenzioso (per chi è contro). Un lavoro che si tinge di ambient, psichedelia, affidata alle solenni tastiere di Wilson, con qualche spruzzata di prog d’annata, con la chitarra di Åkerfeldt su registri pinkfloydiani (e non è la prima volta). A pelle sembra che la bilancia si sposti maggiormente dalla parte di Wilson, probabilmente più congeniale nel muoversi in territori così asciutti e costruirci sopra arrangiamenti curatissimi, con un uso sapiente della componente orchestrale, piacevolmente incisiva e delicata all’occorrenza.

Un disco che potremmo definire silenzioso, che vuole esplorare vie d’avanguardia giocando unicamente su pochi appigli a cui aggrapparsi, in una costante ricerca di un qualcosa, di un passaggio, di un fraseggio vocale capace di giustificare i lunghi minuti di attesa. Quando questo avviene, ad esempio nella bellissima opener “Drag Ropes” è davvero difficile non godere del risultato, a dir poco affascinante nella sua apparente inconsistenza materiale; quando la magia fatica a scattare, la sensazione di trovarci con un disco manieristico, un bell’esercizio di stile un po’ futile, è tanta.

Certo che anche il puro mestiere di Wilson e Åkerfeldt è un bel mestiere, forse non sufficiente per pararsi dalle facili critiche di un ascolto superficiale (la cosa più stupida da fare in generale, a maggior ragione col presente lavoro) e per meritarsi lodi sperticate, che un po’ tutti gli appassionati avevano già in canna e che saranno rimaste sul groppone ai più. Un buon disco, a tratti anche un ottimo disco, un lavoro dal risultato inatteso che difficilmente verrà ricordato negli annali della produzione dei due mastermind, se non per motivi puramente statistici.



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