Yes
Heaven And Earth

2014, Frontiers Records
Prog Rock

No.
Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 29/07/14

C'erano una volta gli Yes: verrebbe da cominciare così, banalmente, l'atterrita disamina sull'ennesimo tentativo di demolire l'immagine di un moniker già messa a dura prova da una serie di lavori disarmanti pubblicati negli anni '80. Perché l'orecchio balza, inevitabilmente, ai capolavori degli esordi, pezzi di maestria a un vasto campionario di strumenti, d'inarrivabile estro e di pura genialità, di una band che sarebbe presto passata alla storia, e che avrebbe superato qualsiasi altro compagno di corrente in quanto a longevità e a successo internazionale.

 

Perché sì, di coerente col passato "Heaven And Earth" ha soltanto la copertina, affidata agli stessi acquerelli (di Roger Dean) che dipinsero la lignea navicella che sorvolava la terra esplosa di "Fragile". Ma se una volta la formazione britannica riusciva a far spalancare la bocca, grazie al gusto incredibile capace di aprire il nascente progressive a stilemi tipici della musica classica, o a un uso pionieristico della voce all'interno della musica rock, oggi riesce soltanto a far storcere il naso per lo sciapo spettacolo offerto, per nulla convincente -né convinto, a giudicare dall'indolenza messa in mostra- e bazzicante dalle parti di un insignificante AOR, privo di una qualsiasi caratteristica attraente.


E mentre il precedente "Fly From Here", ritorno sulle scene dopo dieci anni di silenzio, riusciva a tenersi a galla grazie alla riesumazione di una lunga suite risalente a una trentina abbondante d'anni prima, l'attuale episodio non ha nessun reperto storico a cui aggrapparsi: le vocals del nuovo Jon Davison (sostituito di Benoit David, silurato perché ritenuto inadeguato in sede live) s'adagiano placidamente sulle linee del già sentito, riuscendo nel migliore dei casi ad essere solo una pallidissima rimembranza delle qualità di Jon Anderson (già nel singolo apripista, "Believe Again", i risultati erano abbastanza scoraggianti); le chitarre di Steve Howe non riescono ad andare oltre piccoli, desolanti coloriture di tre-quattro note (quelle ascoltabili sulla metà e verso la fine di "The Game"); le tastiere di Geoff Downes si avvalgono di vecchi trucchi del mestiere per creare inediti disastri (l'imbarazzante "One Step Beyond").

 

Unico episodio capace di avvicinarsi all'ascoltabilità sarà forse "To Ascend", dichiarato lentone strappalacrime e quindi possessore di un alibi che le altre lunghe suite come "Subway Walls" (che d'epico hanno soltanto gli sbadigli che suscitano, e che farebbero sembrare i Pooh energici come i Dream Theater) non posseggono. Nel complesso, "Heaven And Earth" è un punto di minimo assoluto in una carriera comunque non nuova a momenti -durati anche decenni- di totale assenza di ispirazione, e un pericoloso biglietto da visita per chi (colpevolmente) degli Yes non conosce il glorioso passato. Oltre all'acquisto, anche il semplice ascolto diventa dunque un affare per le più incallite cerchie di fan; per quanto possa essere piacevole, in ogni caso, ascoltare per quasi un'ora l'ombra della band che si è tanto amata.





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