We Lost The Sea
Departure Songs

2015, Autoproduzione
Post Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 28/07/15

Siamo uomini, e la nostra vita è appesa a un filo. Per quanto possano essere nobili, grandiose, uniche le nostre gesta. Senza sapere qual è la nostra destinazione, e soprattutto senza aver idea di quanto presto ci arriveremo, partiamo. Il nuovo album dei We Lost The Sea ci racconta questo, ci lascia con questo tremendo messaggio. Con questa cruda ma triste verità. E' l'opera più toccante, più sentita, più commossa di un collettivo di sette ragazzi che si sono imbarcati tutti insieme in un viaggio qualche anno fa, e che han finito per trovarsi in sei. Perdendo, oltre al mare del loro nome, anche la voce. E decidendo di andare avanti, narrando di tristi disillusioni e di vane speranze, versando lacrime nelle note delle ceneri di un graffiatissimo metal, ritornato alla vita sotto forma di un posato ed elegante post-rock.

"Departure Songs" racconta di storie di meraviglioso coraggio, di uomini straordinari resi immortali dalla rinuncia alla propria vita in nome di qualcun altro, o di qualcosa di più grande. Racconta di chi, allo strenuo delle forze in un'esplorazione dell'Antartide, decise di non mettere in pericolo propri compagni di spedizione, sacrificandosi, incamminandosi verso morte certa in una tempesta di neve. Di chi trovò la morte in una fornace radioattiva per limitare, con la forza delle proprie braccia, i danni dell'inferno nucleare di Chernobyl. Di chi, con un'immersione in profondità inumane, cercò di riportare in superficie le spoglie di uno sfortunato collega, finendo per far galleggiare in superficie anche il proprio corpo. Di chi vide il sogno dell'andare via, lontano dalla Terra e verso le profondità spaziali, infrangersi contro meccaniche imperizie e dure leggi termodinamiche.

E' un racconto struggente, desolante, ma sempre pervaso di una tenue, speranzosa luce. Che prende corpo in muraglie di power chords che lasciano angusti spazi per il risplendere d'abbaglianti riverberi, per lontani cori di voci bianche. O tra ossessive linee di basso, malignamente sedotte da pulsazioni elettroniche e spente in drammatiche, interminabili code conclusive di strazianti delay. O ancora tra autentiche registrazioni sottomarine del protagonista di una delle storie, con stupendi climax colmi di speranza che s'arrendono alla soverchiante incombenza del monotono sciabordio dell'acqua, ad una definitiva stasi celebrata da delicati tocchi di piano. "Departure Songs" non rivoluziona il linguaggio del post-rock: ne assorbe soltanto alcune -non tutte, e nemmeno quelle più complicate- declinazioni, infondendole però di un'emozione spesso tralasciata, dando alle composizioni strumentali che lo compongono il potere di evocare vivide immagini, di suscitare fortissime emozioni, di fare immergere l'ascoltatore nel sogno. E il risultato è forse la migliore incarnazione del genere da svariati anni a questa parte.

Sono le parole di William S. Burroughs, uno scrittore che aveva vissuto la Beat generation e che alla fine d'essa aveva concluso che la più concreta e splendida esistenza sperimentabile si ha nel sogno, a chiudere un album che narra di chi, forse, è andato oltre ogni umano sogno. Rinunciando alla propria vita, per far vivere i sogni di altri. Per vivere nei sogni degli altri. Per emergere dagli abissi, e raggiungere le stelle.



01. A Gallant Gentleman
02. Bogatyri
03. The Last Dive Of David Shaw
04. Challenger Part 1 - Flight
05. Challenger Part 2 - A Swan Song

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