Joy Division
Unknown Pleasures

1979, Factory Records
Post Punk

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 18/05/18

Negli anni '70 la florida Manchester diventò uno dei primi centri a entrare nell'era post-industriale: il benessere scompariva inesorabile, restava unicamente un paesaggio desolato a ricoprire il ruolo di funesta compagnia. Inquinamento, deformità architettoniche, viadotti ferroviari, canali color piombo, magazzini e fabbriche ristrutturati, lotti di terreno sgombrati e cosparsi di frammenti di muratura e rifiuti: la città possedeva tutti gli aspetti negativi dell'esistenza urbana senza nessuna delle sue compensazioni sottoculturali. Le giovani e voraci anime mancuniane si aggrappavano a qualunque stimolo o scintilla capitasse loro fra le mani: moda, libri per iniziati, esperienze estreme, droghe. Se da un lato la cupa decadenza dei quartieri penetrava a fondo nel glaciale tessuto ordito dai Joy Division plasmandone in parte il sound, il quartetto trasmetteva un senso di straniamento che si estendeva ben oltre l'immanenza spaziotemporale: lo squallore metropolitano e i mattoni rosso scuro che inghiottivano la fievole luce solare costituivano la componente mondana di una frustrazione cosmica di fronte alla quale bisognava deporre le armi.
 
 
Il gruppo nacque col nome Warsaw, riferimento diretto al brano "Warszawa" contenuto nel lato B dell'album di David Bowie "Low" (1977), disco fonte di ispirazione per i nostri congiuntamente ai lavori di Lou Reed e Iggy Pop e alle opere di J. G. Ballard, Joseph Conrad e Franz Kafka, testi che presentano, da diverse prospettive, un essere umano oppresso dalle ruote di un ingranaggio sociale crudele e impassibile. Il nuovo moniker scelto dal combo rimbombava di echi ancora più lugubri rispetto a quelli della capitale polacca devastata dal secondo conflitto mondiale e dalla Guerra Fredda: la "Divisione Gioia" di Auschwitz indicava il complesso delle baracche in cui le donne venivano tenute alla stregua di schiave sessuali per le truppe tedesche in licenza dal fronte russo. Una collettiva fascinazione morbosa per il nazismo e la Germania autoritaria che trovava riscontro nell'austerità monocromatica dell'immagine iniziale del combo, con le camicie grigie, i capelli rasati, le cravatte sottili e una disciplina che odorava di totalitarismo. Un'ambiguità ideologica quantomeno sospetta in un paese che vedeva il National Front sfilare quotidianamente per le strade e le aggressioni razziste esplodere a intervalli regolari.
 
 
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Nonostante i primi vagiti della band apparissero legati al punk, nei demo si avvertivano in filigrana accenni metallici, oscurità assortite e una certa pesantezza bidimensionale di fondo che non li distanziava poi molto dai Black Sabbath: quando in "Unknown Pleasures" gli albionici decidono di decelerare, la musica diviene austera e rarefatta, il basso di Peter Hook si erge a guida armonica principale, la chitarra di Barney "Albrecht" Sumner lascia enormi vuoti invece di riempire l'ambiente di fraseggi tipicamente rock, Steve Morris assume le fattezze di una robotica drum machine, mentre il frontman salmodia baritonale nel mezzo di una vera e propria wasted land. Martin Hannet, il geniale produttore della Factory Records, si incarica di catturare tale universo cavo attraverso il procedimento della separazione dei suoni, non soltanto per i singoli strumenti, ma anche e soprattutto per ciascun elemento della batteria. Un sistema faticoso e interminabile, tuttavia in grado di creare un movimento automatico e disarticolato che contribuisce all'atmosfera alienata del disco: a ciò si aggiunge la temperatura volutamente polare degli Strawberry Studios, ove il respiro dei ventenni inglesi si condensa nell'aria, dando l'impressione di semiautomi pronti a esalare gli ultimi soffi vitali. Ad accrescere il mood tenebroso che avvolge il platter concorre la cover disegnata dal giovane art director dell'etichetta Peter Saville: su uno sfondo completamente nero campeggia un piccolo diagramma di linee increspate al pari del crinale di una catena montuosa, deputato a rappresentare cento stimoli luminosi consecutivi emessi dalla pulsar CP 1919. Una massa di neutroni curiosamente appartenente alla classe delle stelle isolate: scherzo del destino o astuto espediente, l'aura sinistra non smetteva di circondare l'intera operazione.
 
 
"Unknown Pleasures" vede la luce nell'estate del 1979: il poker di ragazzi unitosi dopo aver assistito a un concerto dei Sex Pistols si affermeranno di lì a poco come la formazione cardine del filone dark che impazzerà nei mesi successivi: il fatalismo, la depressione, l'epilessia, le relazioni difficili, i sensi di colpa di Ian Curtis costituiscono il combustibile delle liriche dell'LP. "I've been waiting for a guide to come and take me by the hand": "Disorder", dalla sezione ritmica claustrofobica, conduce immediatamente l'ascoltatore negli abissi di sofferenza del frontman. "Day Of The Lords", delimitata da una ruvida sei corde, si abbandona a un'inflessione indolente e magnetica scortata da toni paranoici e apocalittici che, tingendosi progressivamente di soffocante annebbiamento, aprono la strada a "Candidate": un pezzo dal moto circolare organizzato su linee ossessive e ipnotiche che agiscono da appoggio alla voce effettata del singer proveniente da fredde distanze siderali. "Insight", introdotta dal trambusto di un vetusto ascensore, si segnala invece per un timbro acido e tagliente che bagna altresì le vibrazioni messianiche dietro il microfono di "New Dawn Fades", apice gotico del lotto. Le scansioni martellanti tornano nella crisi convulsive di "She's Lost Control", laddove l'omicidio notturno di "Shadowplay" si pasce di saturazione e ritualismo melodico: "In the shadowplay, acting out your own death, knowing more as the assassins all grouped in four lines, dancing on the floor". Le frecciate colleriche contro la religione di "Wilderness" si vestono di pessimismo e reiterazione interrogativa ("What did you see there?"), a differenza della vena nichilista ed essenziale di "Interzone" che corre via veloce e sfrerragliante: in chiusura un rumore di vetri infranti e i cadenzati e grevi colpi di cassa di "I Remember Nothing" annegano nel pozzo di angoscia di un mausoleo abbandonato, tra sociopatia e marcia funebre.
 
 
L'esordio fulminante dei Joy Division funge da paradigma e drammatico riverbero del malessere diffuso nella Gran Bretagna del periodo: un implosivo grido d'aiuto colmo di rabbia, un vicolo cieco privo di sbocchi che troverà una quiete definitiva e mortifera nella mesta litania funebre di "Closer" (1980).




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