Ulver
Messe I.X-VI.X

2013, Jester Records
Classica/Avantgarde

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 16/12/13

Parafrasando un celebre spot, guardando la carriera ventennale degli Ulver, potremmo dire che la sperimentazione non è nulla senza controllo. Tante, troppe band si sono lanciate negli anni in voli pindarici arditi, facendo appello alla capacità di comprensione dei propri ascoltatori, quasi a voler mettere le mani avanti, a parare la caduta dinnanzi a intuizioni mal riuscite, magari solo abbozzate, eccessive o poco digerite dal pubblico, per poi ritornare su lidi più tranquilli. Gli Ulver no.

La diversità della formazione di Oslo risiede non solo nella capacità di saper mutare pelle lambendo i generi più disparati, ma soprattuto nel “controllo” dei propri slanci creativi, nell’individuazione di un tema, un obiettivo, di uno stato d’animo e dedicarvici con la cura che solo dei sapienti artigiani della musica possiedono, una “lavorazione a mano” che riesce a imprimere una sorta d’impronta digitale a qualsiasi evoluzione li porti il genio creativo, in modo che l’ascoltatore attento riesca a scorgere la sensibilità di sempre, al di là del modo in cui essa è stata concepita e messa su disco. Una costante che ha accompagnato i nostri sino all’ennesimo capitolo/evoluzione, il nuovo “Messe I.X-VI.X”.

Premesso che degli Ulver non si dovrebbe troppo parlare, piuttosto ascoltarli con attenzione, un paio di cose vanno comunque precisate. Il dodicesimo full-length dei norvegesi porta con sè non solo novità musicali in senso stretto, in quanto “Messe I.X-VI.X” è stato commissionato dalla Tromsø Kulturhus e realizzato in collaborazione con la Arctic Opera e la Philharmonic Orchestra. Benchè non la prima volta alle prese con una componente orchestrale, il nuovo capitolo rappresenta l’esordio con un’orchestra completa, frutto di una sessione dal vivo tenuta il 21 settembre 2012. Ad aggiungere carne al fuoco, il fatto che il live sia in realtà un “non live album” (come la stessa band ha puntualizzato con fermezza), in quanto il materiale registrato è stato poi minuziosamente arricchito da lunghe ore di lavorazione in studio.

Un disco a più mani dunque, tra cui quelle “inestimabili” del compositore Martin Romberg, intervenuto nella scrittura e negli arrangiamenti, che vede il ritorno degli Ulver verso le più buie profondità dello spirito umano. I tempi di “Wars Of The Roses”, con le sue pulsioni prog e pop sono lontanissimi, lo stesso dicasi per la psichedelia di “Childhood's End”. Un album grossolanamente accostabile a “Shadows of the Sun” o “Svidd Neger” eppure decisamente diverso, sia nello spirito che nella realizzazione dello stesso. Mai prima d’ora gli Ulver si erano spinti in una direzione così emotiva, metafisica, mistica, privandosi di tutti gli elementi ricinducubili allo sterminato mondo del rock, persino quasi totalmente della voce di Kristoffer Rygg.

Un’anima sinfonica e un’anima elettronica che si combinano in modo estremamente suggestivo, lunghi vuoti mai completamente vuoti pronti a schiudere preghiere e invocazioni, silenzi e aperture da togliere il fiato, momenti cupi e solenni alternati a delicate carezze, visioni oscure e versi commoventi cantati a mo’ di preghiera. Musica per l’anima. Gli Ulver con “Messe I.X-VI.X” compiono il definitivo salto evolutivo arrivando a bypassare le orecchie degli ascoltatori, saltando un filtro ormai troppo terreno e discriminante e puntando direttamente a quell’entità spirituale che ci caratterizza come esseri umani. Per questo risulta terribilmente difficile descrivere a parole un lavoro del genere, come anche definirne una valutazione numerica in base al proprio gusto personale.

Un lavoro che fa anche delle proprie influenze gran parte del proprio successo e gli Ulver, come tutti i grandi, non si nascondono dietro un dito ma lo dicono apertamente (vedi il comunicato in allegato al disco), noncuranti delle possibili ripercussioni sui meriti da attribuire a un prodotto estremamente ambizioso e complesso, a tratti un’opera neoclassica, uno slancio verso la smatrializzazione drone (non a caso i Sunn O))) saranno i prossimi compagni compagni di Rygg e soci), approdi ambient e industrial, una materia priva di qualsiasi appiglio metrico convenzionale e votata all’improvvisazione e alla cura certosina della post-produzione, in uno strano connubio di intensità brutale e cura maniacale di ogni istante.

Musica per l’anima abbiamo detto, sta a voi decidere se sottoporvi a un’esperienza del genere o preferire di farne a meno. Come direbbero i nostri, questo è quanto “il resto è silenzio”.



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