The Who
Who's Next

1971, Polydor
Hard Rock

Uno dei più poderosi ruggiti della storia del rock
Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 20/03/15

Da anni abbiamo le orecchie piene di accordoni distorti, di voci urlanti, di furiosi scroscii di batteria e di tutti i vari luoghi comuni del rock fatto di pose, capelli lunghi e chitarre fracassate sul palco. Ma c'era un tempo in cui reclamare la paternità del brano più “duro” di sempre era ancora un'operazione originale e in cui la ribellione agli stili musicali per benpensanti era qualcosa di più di una semplice posa da poster promozionale. Ovviamente parliamo degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta; è meno ovvio decidere, però, quale delle grandi band di allora, ormai leggendarie, abbia segnato il punto più alto di quell'estetica che avrebbe avuto un fiorente e numeroso seguito di imitatori.
 
Non abbiamo dubbi che Who's Next abbia tutti numeri per candidarsi come la più esaltante sintesi del nascente hard rock. Non ce ne vogliano i fan dei Led Zeppelin, Deep Purple o dei Black Sabbath: ammetteranno anche loro che non appena i rintocchi minimali ed estatici di “Baba O' Riley” iniziano a riempire la stanza si prova immediatamente la sensazione di aprire uno squarcio nella storia. La batteria fluviale di Keith Moon, una delle più influenti di sempre, rompe la nostra sospensione in quel torpore e pesta con epica violenza sino all'ingresso di quei roboanti riff di chitarra, gravidi di tutta la forza che Pete Townshend aveva nel braccio. Negli Who di questo disco vediamo l'approdo di quel rock che non ha mai perso di vista né la rabbia originaria, né ha abusato dei virtuosismi che riempivano i dischi di molti contemporanei. Se lo spirito del rock aveva nell'eversione e nella muscolarità musicale il suo primo obiettivo, in questo senso possiamo dire che esso abbia trovato negli Who il suo migliore interprete dell'epoca. Non ci sorprenderà, infatti, vedere che qualche anno più tardi un'altra eversione, quella punk, aveva fatto tabula rasa di tutti i miti della prima ondata hard rock ad eccezione  della band di Townshend, proprio per quella foga genuina che non aveva molto a che vedere con gli esiti più o meno progressivi di altri colleghi (o con gli immaginari lugubri e po' stereotipati del nascente heavy metal). E' vero che per molti ascoltatori più smaliziati le scenate che Roger Daltrey e Pete Townshend imbastivano sui palchi, fatte di mosse epilettiche e di strumenti maltrattati come pezzi di legno, appaiono caricature di cui si poteva fare tranquillamente a meno. La violenza e la rabbia infatti, dopo i primi esperimenti, erano diventate buone abitudini per attirare l'attenzione della stampa: anche Jimi Hendrix prese a bruciare chitarre solo per seguire questa moda priva di una intima motivazione. Gli Who furono anche questo: le pose del rock, come i Rolling Stones, ma forse con un pelo di spocchia e di radicalismo in più.
 
Nel 1971 esce “Who's Next” e, da tutto questo fuoco creativo viene fuori un album che, però, di energia e sudore ne ha di autentiche. I momenti migliori sono celeberrimi, fra questi c'è anche spazio per il semplice divertimento (“Going Mobile”) o per la malinconia come in “Song is Over” o nella splendida “Behind Blue Eyes”. Quest'ultima è forse il brano invecchiato meglio della scaletta, offre ancora oggi un alito di sentimento che arriva dritto a scaldare cuore, prima che ricorra al consueto arsenale di power chord che ci ricorda che, dopotutto, sono ancora gli anni Settanta. Ma soprattutto qui troviamo una ferale potenza di fuoco. Esempi ne sono i riffoni di “Bargain”, ma ancor di più l'immortale “Won't Get Fooled Again”: un lanciafiamme rabbioso puntato contro la politica che non cambia mai, per più di otto minuti. Lo schema è lo stesso di “Baba O'Riley”: un'introduzione ispirata ai lavori minimalisti di Terry Riley immerge l'ascoltatore in un liquido amniotico che presto diventa una colata lava; la batteria di Moon è un'imprevedibile sequela di fill e rullate, il basso di John Entwistle un saliscendi continuo sul manico; mentre questo avviene Daltrey sfoga tutto il suo fascino da bullo di periferia, mentre gli accordi di Townshend vengono scanditi come pugni. L'epilogo di questa marcia di protesta, giunti all'ottavo minuto, prosciuga le ultime energie con tutta la veemenza rimasta in corpo: un assolo di batteria; un urlo che fa ancora sanguinare i migliori altoparlanti. E, infine, l'ultima cavalcata liberatoria, totale, che soddisfa come un orgasmo. 
 
I ragazzi incazzati di “My Generation”, arrivati ai piedi del monolite di cemento armato di “Who's Next”, consegnano il loro impeto alla storia del rock, portando l'adrenalina dei mod con cui sono cresciuti dentro il ventre del rock vero e proprio. Dove resterà ancora a lungo. 




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