The Smashing Pumpkins
Monuments To An Elegy

2014, BMG
Rock

Ennesimo cambio di line up, ma la qualità non ne risente minimamente. Well done, Billy.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 22/12/14

Billy Corgan si incazza, si rattrista ed è sul punto di gettare la spugna quando vede i suoi lavori ricevere applausi solo dai fan irriducibili, quando sente una pacca sulla spalla con un “Well done, man” dalla critica, ma senza un riscontro di vendite e di consensi tra il grande pubblico, quando l’industria idolatra e spinge altri nomi altisonanti a prescindere dalla qualità effettiva dei dischi e continua a considerare i suoi Smashing Pumpkins come una creatura che deve considerarsi fortuna ad esser sopravvissuta agli anni ’90.

Nel 2012 aveva messo in chiaro di avere ancora delle gran belle carte da giocare con “Oceania”, ed ancora oggi, nonostante una formazione tutt’altro che stabile (l’uscita di Mike Byrne dalla band, l’entrata di Tommy Lee giusto per le sessioni di registrazione, il bassista Nicole Fiorentino assente e non è dato sapere se e quando ritornerà), è qui, più vivo che mai, decisamente più ispirato di certi suoi colleghi. “Monuments To An Elegy” è costituito da nove robusti ed ammalianti monumenti dedicati ad un’elegia, quella della sua storia artistica che cerca e vuole a tutti i costi un riconoscimento su larga scala che inspiegabilmente manca.

“One And All” è un eccellente connubio tra passato e presente di Corgan, “Drum + Fife” è un pezzo che ammalia e che ti costringe a programmare lo stereo in modalità “Repeat track”, l’elettronica è mal implementata, o meglio, mal sfruttata in “Run 2 Me”, ma in “Monuments” ha la sua collocazione ideale e perfetta, mentre in “Dorian” ci catapulta in atmosfere di elettro-pop anni ’80 che inaspettatamente non sono per nulla fuori luogo.

L’elegia si conclude con quello che potrebbe essere il manifesto dello stesso Corgan: lui è l’antieroe del rock dell'ultima decade, colui che continua a comporre, suonare e cantare per il piacere di farlo, ma che non ha i riconoscimenti che gli spetterebbero. Forse pubblico e industria sono ancora troppo focalizzati sui passi falsi di inizio millennio e sui fasti di quei ragazzi che a metà anni ’90 viaggiavano su un successo parallelo a quello delle band grunge.

“Monuments To An Elegy” inizia con rasoi imbevuti d’amarezza, si conclude con un’acidità che inevitabilmente coinvolge e sprigiona rabbia, passando per episodi carichi di intensità che non necessariamente si configurano con distorsione ed urla. Billy canta, un po’ rassegnato, un po’ inacidito. Quel che più importa a noi, però, è che ha ancora belle carte da giocare, prima di gettare definitivamente la spugna.

Well done, man. Hold on.



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