The Rolling Stones
Dirty Work

1986, CBS Records
Rock

Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 24/03/15

Uno "sporco lavoro", sudicio, quasi maleodorante. Gli stessi Rolling Stones sono consapevoli di aver dato alle stampe un disco strapieno zeppo di letame musicale e in un lampo di umana compassione decidono di avvertire i fans almeno nel titolo. Come per dire: «Ehi gente, eccovi Dirty Work, il nostro 18esimo album. Si, fa un po' ribrezzo, ma è dedicato al nostro caro Ian Stewart (scomparso durante le registrazioni). Fateci un pensierino».


«It's a trap», commenterebbe a proposito (e a ragione) il mollusco di “Star Wars - Il Ritorno Dello Jedi”, uscito nei cinema pochi anni prima. Purtroppo però, come la storia e le statistiche generose insegnano, l'ascoltatore medio non ci rifletterà più di tanto e si abbandonerà spensierato alla compravendita dell’ellepì, attirato come sempre dal nome ormai leggendario ben impresso in copertina a colori sgargianti, scambiando il titolo-avvertimento in un inno goliardico alla manovalanza musicale. Non sa a cosa sta andando incontro, il disgraziato. Pensa che la band si sia risollevata dal capitombolo di "Undercover" (e, in gran parte, "Tattoo You") e che l’ascolto celi all’interno altri brani qualitativamente sufficienti come il singolo buttato in pasto a MTV, "Harlem Shuffle" con Bobby Womack. Beata ignoranza. Magari non sa neanche che è una cover riciclata di Bob & Earl o forse il poveraccio è solo attratto dalle altisonanti collaborazioni di Jimmy Page o di Tom Waits. Si troverà in men che non si dica le orecchie invase senza pietà da quel "lercio lavoro", composto in prevalenza da inutili fraseggi incastrati su pezzi piatti e fiumi di parolacce (siamo nell'era del Parental Advisory) amplificati ignobilmente dalla produzione plastificata stile Simple Minds di Steve Lillywhite.


L’apertura è imbarazzante sin dalla prime “One Hit To The Body” e “Fight”, patetiche oltre che sbiadite imitazioni di, rispettivamente, “Start Me Up” e “Jumpin’ Jack Flash”. Attenzione, però, perché si prosegue ancora più malamente, quasi fosse un album dei Mr. Mister o dei Pet Shop Boys, giungendo al punto più basso con i giochetti dub di “Too Rude” (pallidissimi ricordi di “Black and Blue”) e il funky davvero antitetico di “Back To Zero”, tristemente composto anche da Chuck Leavell. All’accenno di slap di Byll Wyman mi sono ribaltato dalla sedia, con l’assalto delle tastiere di “Winning Ugly” ho avuto un doloroso tuffo al cuore, alla decima traccia consecutiva in 4 quarti ho gridato disperato al tradimento. Nel totale, vado fiero di essere riuscito ad arrivare alle conclusiva “Sleep Tonight” (paradossalmente l’unica composizione decente su disco) ma capisco chi ha ceduto nell’impresa: del resto, Jagger fa di tutto per rovinare ogni cosa - firma forse la prestazione peggiore di tutta la sua carriera - e il suono in generale è una conformazione talmente piegata all'attitudine commerciale anni '80 che persino Richards si rifiuta di mettere la sua tipica firma chitarristica, il suo talento. E si sa, quando Keef è svogliato, tutto va a scatafascio, band compresa: di lì a poco il macinatore di riff inizierà una breve discografia in proprio; Charlie Watts, perso nell’eroina (tanto che quasi non suona su questo album, sostituito più volte da Anton Fig buon per lui) finirà nel jazz - non si sa bene a far cosa - mentre il frontman, in quanto tale, si sentirà in dovere di produrre un lavoro da solista ancora più sporco del primo “She’s The Boss”, ossia “Primitive Cool”.


I penosi risultati riporteranno tutti mansuetamente all’ovile. Ma non ci sarà più nessuna "Some Girls" a rielevare la loro valenza discografica: con “Dirty Works” si apre inesorabile la triste era in cui i dischi con la linguaccia sono meschine scuse per tornare in tour e potersi continuare a pagare l’umile stile di vita (a poco rileva il flebile sussulto di "Voodoo Lounge" nei primi ‘90s). E quando inizi a risparmiare metà del tuo stipendio per i biglietti dei faraonici live per stare dietro alla leggenda di antiche generazioni, mandando al diavolo i nuovi episodi discografici - ossia la naturale fonte di fresca linfa musicale - la truffa ti è più chiara che mai: i Beatles sono finiti in gloria e pace all'anima loro. Gli Stones no. Sono andati avanti con quella maledizione dorata legata al collo come un albatros, rotolando senza ormai la storica anima tra alti e bassi, vertiginosi picchi in entrambe le direzioni. Hanno conosciuto l'eccellenza musicale, ma anche l'infamia, la decadenza e la corruzione. Questo disco ne è testimone.




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