Bruce Springsteen
The River

1980, Columbia Records
Heartland rock, folk rock

L'apice della poetica del Boss
Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 10/12/17

«Ho visto il futuro del rock n' roll», diceva Jon Landau nel 1974. «Il suo nome è Bruce Springsteen». Sono passati quattro anni da quel famoso «giovedì scorso ad Harvard Square» e The Boss ha riscosso un notevole successo di critica con "Darkness on the Edge of Town", considerato l'album della conferma. Era partito con "Greetings from Asbury Park, NJ", ancora visibilmente acerbo, per poi piazzarsi già su un altro livello con il successivo "The Wild, the Innocent & The E Street Shuffle", contenente la trasognata suite "New York City Serenade", uno dei pezzi simbolo dei suoi primi anni. Con "Born To Run" uno Springsteen scattante e grintoso si fa largo tra gli astri nascenti del rock. Un album vivace che può essere considerato il suo primo capolavoro. Sull'onda giunge il citato "Darkness on the Edge of Town". È il primo LP dove il boss si fa davvero portavoce della "working class" e, perché no, sulla scia dei suoi due mentori spirituali Bob Dylan e Woody Guthrie, dei valori perduti dell'ormai defunto sogno americano, temi che lo avvicinano alla grande letteratura americana (Steinbeck, Fitzgerald ed Hemingway su tutti). Ciononostante il Boss non si può ancora dire all'apice del successo. Gli manca qualcosa. È come uno sportivo che, dopo l'esplosione, deve consacrarsi. È il momento di stagliarsi imperioso nell'olimpo dei grandi musicisti. È il momento di piazzare una pietra miliare. È il momento di "The River".

 

Il doppio album in questione esce nel 1980 come una sorta di ampliamento o, se volete, di summa di tutto ciò che ha fatto nel passato. C'è tutta l'energia e la forza del rock and roll più puro, così come la malinconia e l'introspezione del cantautorato di matrice dylaniano. Immortale ed eterno. Il disco, uscito in piena new wave, non risente di nessuna di quelle influenze, né del punk, né dei synth, né di null'altro. Decenni dopo, "The River" risulta un disco incapace di invecchiare proprio per la sua matrice puramente e unicamente rock. Un rock legato così ardentemente alle sue origini da risultare ancora attuale. Il tutto è mescolato insieme con maestria dalla E Street Band, un connubio di musicisti ineguagliabile. Little Steven Van Zandt alla chitarra, Roy Bittan al pianoforte, Clarence Clemons al sassofono, Max Weinberg alla batteria, Garry Tallent al basso. Nessuno di loro è un virtuoso o un individualista. Nessuno di loro sarà mai un Keith Emerson, un John Entwistle, un John Bonzo Bonham o un Ritchie Blackmore, eppure insieme mostrano un'alchimia invidiabile. Appaiono come una macchina perfetta, dagli ingranaggi ben oliati.

 

Il songwriting di Springsteen è maturato. Lo si denota anche dai più piccoli dettagli e dalle scelte stilistico-poetiche. Con la tecnica dei grandi scrittori a lui contemporanei - Philip Roth e Don DeLillo su tutti - , egli rispetta l'intelligenza del suo ascoltatore. Non cade nella retorica o nel didascalismo; non spiega le cose, le racconta. E le sue storie si sposano alla perfezione con il suo cantato, anch'esso, maturato col tempo. La sua voce sempre più roca è divenuta un vero e proprio marchio di fabbrica tanto quanto lo è la struttura delle sue canzoni. Struttura che lui stesso ha più volte umilmente ribadito in varie interviste: «Le strofe sono folk e i ritornelli gospel, non c'è molto da dire».

 

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Ciò si nota subito nei primi quattro brani. Tutti energici, quasi discendenti dei pionieri del rock. Da Buddy Holly, a Little Richard, Bo Diddley, Ritchie Valens, ecc... . Si parte con la celebre "The Ties that Bind"(che sarà anche il titolo di una retrospettiva sullo stesso LP), passando per il sassofono rapido e vivace di "Sherry Darling", la melodia un po' più andante che preannuncia la tematica del futuro perduto di "Jackson Cage" e la classica "Two Hearts".

 

Finito l'antipasto, fatto di pezzi taglienti, rapidi e di durata complessivamente breve - tra i due e i quattro minuti - , è il momento di "Independence Day", il primo snodo nella composizione del disco. Una ballata mesta, architettata su tonalità minori e su una tastiera struggente che fa da sottofondo ai testi nostalgici di Bruce che racconta il momento della vita dei giovani quando decidono di separarsi dai genitori, desiderosi e amaramente illusi di poter cambiare il mondo. Con questa riflessione si chiude il Lato A.

 

Il Lato B si apre con un celebre singolo dell'artista del New Jersey: "Hungry Heart". Con il suo ritmo andante, il motivo orecchiabile e il ritornello accattivante, questo brano e il successivo scanzonato "Out in the Street", riportano l'ascoltatore alle atmosfere dei primi quattro pezzi. La carrellata prosegue con "Crush on You" - pezzo elettrico, quasi vicino all'hard rock - e "You Can Look (But Better not Touch)". Con "I Wanna Marry You" ci avviciniamo alla chiusura del Lato B. Il brano si fa più compassato e riprende la tematica della perdita delle illusioni giovanili annunciata in "Independence Day". La fa da padrone il sassofono di Clemons, soprattutto nello sfumato finale. Il testo e le tematiche si pongono da apripista per il brano successivo. Il capolavoro assoluto e, con ogni probabilità, l'apice dell'intera produzione springsteeniana: "The River".

 

La title track si apre con l'intramontabile assolo di armonica diatonica che viene, inizialmente, accompagnata dal pianoforte di Bittan al quale si aggiungono gli altri strumenti. A metà, Springsteen ripropone la sua armonica con uno struggente assolo che si concentra sulle note acute per poi chiudere con un'ultima strofa e un ultimo ritornello che lascia spazio al pianoforte e allo sfumato finale. Qui il cantore delle highlands mette in mostra tutte le sue qualità da scrittore. Poche parole per raccontare la storia di due giovani amanti i quali sono costretti a sposarsi a causa di una gravidanza prematura che li costringe, oltretutto, alla fuga la quale, però, non riesce a distogliere le loro menti dal passato, dilaniate anche dai loro sentimenti ormai decaduti. Il lato B si conclude così, con una catarsi.

 

Il secondo disco si fa anche più cupo con l'ingresso di "Point Blank", un brano che, con il cantato stanco del boss non lascia spazio a differenti interpretazioni su ciò che è l'angoscia e il male di vivere del protagonista. Il tutto accompagnato dall'immancabile pianoforte di Bittan. È poi il momento di rituffarsi nel rock. "Cadillac Ranch" e, soprattutto, la successiva "I'm a Rocker", riportano il disco su canali più scanzonati ed energici, tanto che è impossibile non sentirvi le influenze anche dei sopracitati pionieri del rock, i primi veri "rocker" della storia. In particolare, spicca il pianoforte martellante à la Little Richard.

 

Tutto ciò, però, è solo un fuoco di paglia che dura due brani. Malgrado la volontà di rinascita di "Fade Away", la successiva "Stolen Car", già dal titolo si pone come un brano di contrappunto al precedente. Soffice, con un cantato dolce e terso, "Stolen Car" conclude il Lato A con una riflessione: la noia, il tedio che soffocano si disperdono nel tempo in modo quasi etereo, come eterei sono i cori che accompagnano il ritornello e il fade out.

 

Il Lato B, prima di dirigersi sugli ormai acclarati binari, ha un ultimo sussulto con l'ironica e potente "Ramrod". È l'urlo conclusivo che lascia la strada alla pura mestizia delle ultime ballate. Prima con "The Price You Pay" la quale si pone ancora su un ritmo andante supportato dagli splendidi cori di Bittan, Clemons e Little Steven. C'è spazio anche per uno splendido assolo dell'immancabile armonica. La nostalgia domina anche nelle architetture sonore del brano - coadiuvate addirittura da un organetto. Purtroppo questo pezzo è uno dei più sottovalutati dell'intero album. Sia perché viene preceduto dalla sopracitata "Ramrod", pezzo che Springsteen ha portato spesso come cavallo di battaglia nei suoi live, sia perché il suo successore è l'ultima grande gemma del disco: "Drive All Night". Una ballata di otto minuti che, dopo l'"auto rubata" propone la fuga in notturna come un possibile riscatto. Un capolavoro pieno di rimandi al gospel che, con il suo incedere maestoso prepara la strada al successivo "Wreck on the Highway". Quest'ultimo è un brano che rappresenta la chiusa ideale all'album. Con il suo fade out sfumato, le note che compongono la canzone risuoneranno in eterno nei giradischi degli ascoltatori.

 


"The River", in tutti i suoi quasi ottanta minuti di arte, ci trasporta nell'America rurale, presso coloro che vivono schiacciati sotto il macigno della loro stessa esistenza. Springsteen plasma un'opera unica nel suo genere, immortale, eterna e meravigliosa. Una pietra miliare dove tutta la sua musica, sia essa il rock più puro, sia il folk più intimista, è asservita al suo racconto, alle sue tematiche, alla sua arte, alla sua poesia.





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