Ayreon
The Human Equation

2004, InsideOut Music
Prog Metal

Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 05/03/17

Sono oltre vent'anni che l'ispirazione musicale di Arjen Lucassen danza fra alambicchi di psichedelia e radici progressive e rock settantiane mescolate con sapienza nel calderone del suo estro. Il 2004 fu però un anno particolare per Ayreon, perché "The Human Equation", incideva il suo profilo con una tendenza al metal più marcata e con un orientamento verso strutture progressive più attuali. A dar profondità a questa sensazione contribuiva in maniera decisiva la selezione di cantanti operata dal nostro amato Mago del Brabante. Una scelta di alto livello qualitativo in cui la popolarità dei nomi è assolutamente secondaria rispetto al portato artistico delle voci riunite e alla maniera in cui vennero teatralmente intrecciate in un corposo doppio album: James La Brie, Mikael Akerfeldt, Devin Townsend ed il compianto Mike Baker, fra i più noti. Senza voler applicare riduttivi schematismi, con questo suo lavoro, Lucassen porta Ayreon esattamente al centro di uno spartiacque musicale. Alle sonorità a tratti fiabesche, visionarie di "Into The Electric Castle" con i suoi personaggi quasi rappresentativi di determinate età storiche dell'uomo, "The Human Equation" contrappone le atmosfere cupe di un dialogo interiore sfaccettato.


L'equazione umana ritaglia anche un unicum narrativo nel panorama di storie e visioni del cantore olandese: la poesia malinconica e a tratti anche meravigliosamente rude di un Ego che attraversa i gorghi della propria profonda pluralità. Un'idea che sarebbe piaciuta al poeta duecentesco Guido Calvalcanti, con la sua poetica sofferta degli spiritelli interiori, ciascuno rappresentante un Sentire dell'anima rinchiuso nella gabbia pulsante del corpo, dell'inconscio. Una poetica dell'Io diviso in chiave contemporanea, più fosca ma ugualmente ruotante intorno all'amore: perduto, assente, ritrovato resta fra le nebbie dell'Io un movente anche per Lucassen:


[Wife and Love]: Cross that bridge to the other side / Follow your heart, you can't go wrong / Come with me, I will be your guide / And lead you back where you belong


Il pretesto narrativo, è quello di un grave incidente automobilistico (ma è stato davvero un incidente?). La Brie, voce pilota interpreta l'Io che ne è vittima. Il resto del disco, dopo l'introduzione non conosce alcuno sviluppo fattuale reale.


[Me]: I can't move, I can't feel my body / I don't remember anything / What place is this... how did I get here? / I don't understand, what's happening


La musica si getta a capofitto nel coma. L'anima sente ma il corpo non reagisce subito. Voci all'esterno, l'amico di sempre (Lucassen), la moglie, il padre. Dentro si alternano Me, Rabbia Orgoglio, Amore, Agonia, Ragione, Passione, quel coacerbo di voci che condizionano il fraseggio delle nostre azioni. Venti le canzoni, ciascuna a rappresentare altrettanti giorni in cui le voci dall'esterno accendono la scintilla di un lungo e sfaccettato dialogo interiore di autoanalisi e scoperta. Nell'ottica di questa narrazione era inevitabile che Lucassen dovesse esplorare il lato più oscuro della propria creatività musicale. Lo fa unendo in maniera armonica gli spunti più gravi del metal -efficacemente sostenuto dal growl di Akerfeldt e dalla follia di Townsend-, alla vena progressiva e psichedelica a lui più familiare, senza perdere il contatto con la poesia del cantato femminile (il trittico Jensen, Bovio, Findlay) e il gusto per le parti strumentali acustiche. Non è ora mia intenzione passare al vaglio la lunga successione dei brani di questo doppio disco né di svelare una storia che merita il gusto della sorpresa personale. Basti però un assaggio di tre canzoni per avere un'idea concreta della profondità dell'impegno narrativo e compositivo raggiunto da Lucassen in questo disco.


Siamo nel secondo disco, "Day Twelve: Trauma", brano lungo, doom a tratti vicino alle vette più "estreme" dell'intero album, ha già segnato il punto di non ritorno nel cammino interiore del protagonista. A seguire, flauto e chitarra così vicini all'incanto degli Jethro Tull, raggiungono picchi di intensità e sommessa malinconia -complice la nitidezza struggente del violino- nella breve e sfaccettata "Day Thirteen: Sign", tanto quanto in "Day fifteen: Betrayal", pezzo di poco successivo, cavernale e fosco, capace di una inquietudine affascinante, affidata quasi prevalentemente alle pure voci, s'inabissa ogni altro precedente sentire. Anche qui torna protagonista il violino, tocchi più veloci e brevi, eterei nel vuoto creato e sostenuti poi da un secondo violino prima dell'esplosione finale che crea per diversi secondi l'illusione di ascoltare una composizione del suggestivo, epocale Vangelis. A traghettarci fra queste due opposte sponde si erge "Day fourteen: Pride", un brano più lineare e progressivo, più tirato sotto il profilo strumentale e connotato da un flauto veloce e sincopato che fa da preludio ad un solo appassionante.


Corrispondenze: di questo vive l'Equazione Umana. Corrispondenze alle quali la musica si adatta come un abito di seta senza lesinare le molteplici soluzioni che una gamma di strumenti eterogenea può rivelare ad un uso sapiente: flauto, violino, violoncello, hammond, clavicembalo... insieme alla strumentazione elettrica condotta spesso alle frontiere del metal e del progressive contemporanei. L'idea di questo connubio in se non è affatto nuova ma la compattezza del concept cui la musica aderisce risaltandone in modo significativo ogni sfumatura, la rinnova con grande personalità. Ecco ancora che alla dolcezza acustica della speranza di "Day Seven: Hope", si contrappone l'urlo negativo del fallimento e della sfiducia paterna in quella giga oscura che è "Day sixsteen: Loser"; qui all'interno di una semplice struttura Lucassen riesce a intrecciare due voci agli antipodi come quelle di Baker e Townsend.


Dei pezzi fin ora citati, ad esclusione degli 8 minuti di "Trauma", gli altri si tengono tutti su lunghezze medio corte, considerando la matrice progressiva del disco. Questo elemento dimostra l'equilibrio compositivo dell'opera che invece di affidarsi all'eventuale eccesso di lunghi minutaggi punta piuttosto su un dialogo serrato fra le parti. Non solo, ribadisce anche quanto poco davvero conti la lunghezza di un pezzo quando sono le sfumature a dare profondità ad un brano e quel grammo di destabilizzante sfuggevolezza che costituisce la longevità di un disco negli anni. Penso soprattutto ai 5 minuti scarsi di "Sign", o a "Betrayal".


Discorso a parte merita la prova dei cantanti, sia per l'importanza dei nomi chiamati in causa sia perché la loro interpretazione è stata decisiva, tanto quanto importante è stata la bravura di Lucassen nel saper sfruttare a fondo le sfumature delle loro voci ripartendo ruoli e strutturando le parti-strofe. Se da un lato Arjen evita con umiltà di schiacciare sotto il peso delle proprie idee la personalità dei cantanti, dall'altro riesce a gestire le loro peculiarità canore senza livellarle con la proprie esuberante vena compositiva. La qualità delle prestazioni vocali è altissima e se consideriamo la struttura del concept, d'importanza capitale, per la riuscita di quello che è il disco di Ayreon in cui la coralità, l'amalgama delle voci raggiunge una compattezza ed una profondità ad oggi raramente eguagliata. Unica "macchia", estesa da Fato alle dimensioni del lago nero dalla morte: lo spazio esiguo riservato alla superba voce di Mike Baker.


Per i suoi Shadow Gallery il 2004 preludeva al suo ultimo disco: "Room V". Qualcosa del suo personaggio, Father, l'abbiamo trovata successivamente nelle strofe di "The Archer of Ben Salem", uno dei pezzi più tirati e duri degli Shadow Gallery; per certo un'aggiunta a quell'oceano di dolce espressività in cui naufragava col cuore la voce di questo cantante. Due osservazioni a parte su La Brie ed Akerfeldt. Siamo nel 2004 e sorprende ancor oggi, forse tanto quanto allora, la prova di James La Brie, strappato alla concettosità strumentale di "Train of Thought", uscito l'anno prima, e restituito a linee vocali più calde ed espressive (come del resto nella parte iperuranica -quella che mette tutti d'accordo!-, della discografia dei Dream Theater). Per chi è rimasto perplesso davanti al nuovo corso musicale dei Dream Theater, quella di La Brie è forse l'interpretazione più rilevante e sorprendente nella misura in cui lo si ritrova nel pieno della sua identità canora proprio all'interno di un progetto a più voci e piuttosto distante dal tipo di progressive suonato dalla più blasonata band di provenienza. Per gli Opeth inevece il 2004 precede di circa un anno "Ghost Reveries", l'album della svolta progressiva ma ancora in chiave prog-death, senza nulla presagire il mutamento sostanziale che oggi è realtà assoluta; la disinvoltura con cui Akerfeldt si cala fra le intricate quinte dell'universo di Ayreon è conferma della versatilità di un cantante -sue idee comprese- che tutto il sincero affetto dei sostenitori della prima ora degli Opeth, non poteva imbrigliare nel sortilegio di un sound destinato a evolversi. Un'evoluzione che per la voce inconfondibile di Mikael non fu (almeno allora), sinonimo di spersonalizzazione. Brani come i sopracitati "Trauma" e "Betrayal" vengono connotati da quel growl profondo e roccioso e da quel cantato pulito (mezcla ipnotica di algore cristallino e calda profondità) che abbiamo imparato a conoscere, nonché perfettamente inseriti in una scena compositiva inedita se pensiamo ai dischi memorabili del suo gruppo. La Brie aveva invece cantato su un altro progetto valido ed interessante "Leonardo - The Absolute Man". Akerfeldt di suo era meravigliosamente più vicino ai primi Opeth nel remoto "Brave Murder Day" dei Katatonia. Nel quadro di queste considerazioni finali, un valore aggiunto dal tempo a "The Human Equation" risiede nel costituire una preziosa e ricca istantanea di due voci importanti alla vigilia di cambiamenti non irrilevanti sul fronte dei loro gruppi di provenienza.
Retrospettivamente, non l'unico.

 

 

 

 





Disc 1

1.Day One: Vigil
2.Day Two: Isolation
3.Day Three: Pain
4.Day Four: Mystery
5.Day Five: Voices
6.Day Six: Childhood
7.Day Seven: Hope
8.Day Eight: School
9.Day Nine: Playground
10.Day Ten: Memories
11.Day Eleven: Love


Disc 2

1.Day Twelve: Trauma
2.Day Thirteen: Sign
3.Day Fourteen: Pride
4.Day Fifteen: Betrayal
5. Day Sixteen: Loser
6.Day Seventeen: Accident?
7.Day Eighteen: Realization
8.Day Nineteen: Disclosure
9.Day Twenty: Confrontation

LiveReport
Deftones - Gore Tour 2017 - Milano 21/04/17

Speciale
Dire Straits Legacy: un concerto benefico a Milano il 28 maggio

Speciale
PREMIERE: Ascolta "Star of Sirrah" nuovo lyric video di Ayreon

Intervista
Wintersun: Jari Mäenpää

Recensione
Ayreon - The Source

Intervista
Dimmu Borgir: Silenoz