The Dead Daisies
Burn It Down

2018, Spitfire Music/SPV
Hard Rock

Recensione di Salvatore Dragone - Pubblicata in data: 05/04/18

La matematica non è forse un concetto applicabile al 100% alla musica, ma quando puoi contare su una serie di top player nella stessa squadra, tanto per prendere in prestito il gergo sportivo, qualcosa dovrà pur venir fuori. I Dead Daisies sono questo e più di questo: una band di musicisti navigati e tra le eccellenze dei rispettivi strumenti che fin dalle prime battute ha dimostrato di saper scrivere album rock di un certo spessore. Dal 2012 ad oggi, David Lowy è stato un pò il filo conduttore di quanto successo, unico superstite di una line-up che negli anni si è assetata con l'arrivo di Doug Aldrich (Whitesnake, Dio), John Corabi (Mötley Crüe, The Scream), Marco Mendoza (Whitesnake, Thin Lizzy) e l'ultimo acquisto Deen Castronovo (batterista nei Bad English e Journey), giusto in tempo per le registrazioni del nuovo album "Burn It Down".

Registrato a Nashville con la supervisione del producer Marti Frederiksen, e successivamente completato da Anthony Focx per la parte del mix e Howie Weinberg per il mastering, il quarto capitolo dei Dead Daisies si candida come uno dei migliori lavori del 2018 nel genere di riferimento.
Stilisticamente nulla di nuovo sotto il sole, la band stessa non ha di certo nascosto le influenze dei grandi del passato con citazioni piuttosto ovvie. Tuttavia, per quanto si possa parlare di evoluzione nell'hard rock classico, c'è effettivamente un elemento di novità rispetto a quanto fatto finora dal quintetto.

Quando le chitarre fanno il loro prepotente ingresso in "Resurrected", brano che lo stesso Corabi ha ammesso di riferirsi alla tormentata esperienza nei Motley Crue, si capisce subito che qualcosa è cambiato da "Make Some Noise". Nel suono soprattutto, ispessito e più aggressivo. L'apripista di "Burn It Down" è una di quelle canzoni che non avrebbero sfigurato su un disco dei Velvet Revolver, con quella sfrontatezza tipica della coppia Slash/Weiland. Ancora più marcata è la differenza in "Rise Up", dove il riff portante balla sul confine tra il rock e il metal per poi esplodere in uno dei ritornelli più memorabili del disco. Altro aspetto che viene a galla è un ritmo che generalmente si stabilizza sul mid tempo, preferendo la "ciccia" della componente heavy alla velocità del rock ‘n' roll. Ne sono un esempio chiaro "What Goes Around" o la stessa title track, in cui questa volta emergono riferimenti ai Black Label Society.

Se del sound e della qualità dei riff non si discute, allo stesso modo bisogna riconoscere a Corabi una prova davvero superlativa al microfono, coinvolgente quando si spinge sull'acceleratore ma ancora più espressivo nei giri blues di "Judgment Day" e "Set Me Free".

In buona sostanza i Dead Daisies hanno messo a frutto l'alchimia di una formazione eccellente in ogni suo reparto con un risultato che va oltre la mera somma delle singole parti. "Burn It Down" è espressione di un rock autentico, vivo e pulsante che non soffre di nostalgia ma tira dritto avanti per la sua strada.




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