The Darkness
One Way Ticket To Hell... and Back!

2005, Atlantic
Hard Rock

Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 14/11/15

"I don't know where I am, I don't know where I went wrong".

 

Emblematiche le parole di Justin Hawkins nella ballad "Seemed Like A Good Idea At The Time", specchio della deriva dei Darkness persi sul pazzo ottovolante dell'improvviso successo planetario dell'esordio discografico, caricati e lanciati a tutta velocità nel bel mezzo di quel circo che tanto amano gli inglesi, fatto di giovani band che quei bifolchi si divertono ad elevare sul piedistallo di rockstar sin dai primi passi nel music business e che poi arrivate al momento del seguito e della conferma fanno a gara a bersagliare e a schernire per buttarle giù nel baratro senza il minimo ritegno.
I fratelli Hawkins con "One Way Ticket To Hell.. And Back!" si prestano clamorosamente al sadico gioco, convinti dai media e da chissà chi altro di essere i veri eredi dei Queen e sterzano dal perfetto mix Acdc / Thin Lizzy di partenza per andare a comporre il nuovo materiale sulla esclusiva scia di Freddie e soci.
Roba che scotta, quella. La rovina è inevitabile. La critica e il recepimento popolare sarà crudele.

 

Eppure i Darkness nel fallimento -di bissare il successo dell'esordio e di produrre un album "regale"- tirano fuori un lavoro più che dignitoso, in certe occasioni ampiamente sopra le righe -come l'epicità di "Bald" (migliore episodio su disco e probabilmente sul podio complessivo dell'intera carriera, aggiornata al momento in cui scrivo) o la sbarazzina ma spassosa dance anni '80 di "Girlfriend"- che nel totale vanno a formare una seconda e definitiva prova della qualità della band di Lowestoft. In troppi frangenti sonori però azzarda, fa il classico passo più lungo della gamba e inevitabilmente crolla. Del primordiale stile resistono solo le prime tre tracce, ossia "One Way Ticket", "Knockers" e "Is It Just Me?", colpevoli unicamente di dare un'anteprima fallace dell'intero album: tutto il resto dell'avventura si traduce in una ricerca dentro sé stessi delle tracce di quella fantomatica eredità barocca, passando per "Dinner Lady Arms", "English Country Garden" e il coronamento classico della conclusiva "Blind Man".
Purtroppo il peggio, ben rappresentato dalle esagerazioni di "Hazel Eyes", sottolinea troppo chiaramente la differenza con i Maestri e fanno capire che i Darkness stanno sbagliando strada. È però tardi per capirlo: il treno raffigurato in copertina è ormai partito a tutta birra e li porterà letteralmente dritti filati all'inferno, vale a dire lo scioglimento. Il biglietto di ritorno dovrà aspettare gli anni duemiladieci, lasciando Justin in riabilitazione e gli altri componenti a tenersi occupati con gli Stone Gods in attesa di tempi migliori.

 

Certo, il disastro li aiuterà a capire realmente la loro identità musicale, a maneggiare cioè in maniera migliore (ridotta) l'elemento Queen -come ben testimonierà dieci anni più tardi Last Of Our Kind- e a comprendere di conseguenza che nonostante le accuse di derivatismo e di poca originalità i Darkness non sono assolutamente eredi di nessuno. Sono i Darkness. E ciò basta e avanza.





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