The Darkness
Last Of Our Kind

2015, Canary Dwarf
Hard Rock

It is the best rock album you will hear this year.

It is the best rock album you will hear until next time The Darkness makes an album. I should know. I'm the singer. - Justin Hawkins

Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 27/05/15

Ho fatto un sogno, che non era soltanto sogno.

Il sole splendente s’era spento e le stelle vagavano al buio

nello spazio eterno senza raggio né direzione,

la terra coperta di ghiacci in tenebre ruotava cieca nell'aria senza luce ...

 

…e dall’oscurità più profonda prendeva forma un colossale album dei The Darkness, ai livelli inarrivabili del magico esordio, potente, rozzo, rumoroso, diretto…

 

 

... Ehi no, aspetta un attimo. Mi devo svegliare da questo torpore byroniano. È tutto vero: i fratelli Hawkins sono davvero tornati con un disco di incredibile hard rock!

Devo ammetterlo, sono sorpreso: forse ci avevo rinunciato, forse non credevo fosse più possibile per la band britannica sfornare un disco dai siderali picchi qualitativi di Permission To Land (cosa che mi aveva confermato tre anni fa anche il ritorno del pur ottimo Hot Cakes), forse è solo il dopo-sbronza. Bah, ad ogni modo, inutile dire che sono stato scosso con forza dal mio scetticismo dalla grandezza espressiva di questo quarto disco in carriera, primo con la produzione dello stesso Dan Hawkins e con il dinamico apporto alla batteria della bionda Emily Dolan Davis (e anche l’ultimo, visto che è stata già sostituita da Rufus Taylor, reduce dal tour Queen + Adam Lambert al fianco di papà Roger). Last Of Our Kind ha infatti il fegato di pensare in grande e di osare come solo i grandi album fanno, gettandosi in una eterogeneità rischiosa ma riuscendo a restare prodigiosamente in bilico lungo una ferrea coerenza, nonostante i salti mortali in scaletta. L’adrenalina è costantemente assicurata sin dagli iniziali riff heavy metal e dagli acuti belluini degni di un pallido ma sornione Robert Plant su “Barbarian” e perdura senza interruzioni, persino nella riottosa power ballad “Sarah O’ Sarah” nella seconda metà, brillante come l’indimenticabile “Seemed Like A Good Idea At The Time”.

 

Nel totale, 10 composizioni magistralmente eseguite e curate nei minimi particolari, abili e arruolate a sfondare il muro del suono e a rendere l’intero disco un concentrato di groove primitivo e possente dall’orientamento mid-Seventies. Nessun passo falso, nessuna svista, nessun riempitivo. Non è neanche un difetto l’elemento che salterà subito alle orecchie di tutti ossia la scarsezza di utilizzo del celeberrimo falsetto di Justin Hawkins, allocato con più parsimonia dove necessario, in favore di un registro più basso e di vocalizzi diversi dal solito che però trovano il carismatico leader in mediocre forma soltanto in un’unica occasione, ossia nella seconda ballata “Wheels Of The Machine” in cui sbanda verso un’imitazione poco riuscita di Barry Gibb. Per il resto, c’è spazio solo per prove positive, su tutte la splendida performance nella title-track, accompagnata polifonicamente nel coro dalle backing vocals di ben 200 fans. Roba da Queen (tanto per cambiare). Ciò che però fa davvero la differenza sono le coordinate generali atipiche, questa volta non più indicate soltanto da Brian May e Angus Young: il singolo “Open Fire” pesca infatti a piene mani dal repertorio dei The Cult di “Electric” mischiandoli agli Airbourne, “Mudslide” ricorda i migliori Dirty Looks mentre “Roaring Waters” opta più semplicemente per gli Aerosmith, “Hammer and Tongs” rotola invece tra Stone Gods e gli stessi Rolling Stones fino a toccare i lidi classici di Small Faces e Status Quo, in un salto nel passato in perfetto rapporto di successione temporale con “Everybody Have A Good Time”. I già citati Queen però ovviamente ci sono sempre .. e come potrebbe essere altrimenti? Aleggiano in ogni verso, in ogni assalto, per poi finire per apparire pienamente in tutta la loro maestosità nella sesta traccia: per l’occasione la produzione di Dan li dota di un pesante manto heavy rock dagli inusuali innesti tecnologici Sci-Fi anni ’80 e del magico plettro dei Tenacious D: il risultato è il capolavoro dei Darkness, altresì individuato in scaletta come “Mighty Wings”, un volo operistico di oltre 5 futuristici minuti, in cui il vibrante falsetto dell’istrionico cantante arriva a toccare altitudini che i critici ritenevano ormai a lui precluse. Sta di fatto che se finora viaggiavamo nel mare dell’alta qualità, la band ora ci spinge ancora oltre, veleggiando verso la privilegiata soglia dell’eccellenza e verso nuove metamorfosi inaspettate ma apprezzabili.

 

In conclusione, Last of Our Kind rimischia le carte in tavola, ponendosi come un album di transizione che ridefinisce l'essenza stessa della band originaria di Lowestoft: i ragazzi -sono sicuro- rimarranno sempre i soliti circensi sbruffoni ma ho come l’impressione che i loro futuri lavori seguiranno in qualche modo lo squarcio nella tradizione operato da questo nuovo disco... e perderanno forse meno tempo ad ammiccare e scherzare, lasciando che siano il tiro e la potenza a parlare. Proprio come stanno facendo ora. Cosicché se Permission To Land rimarrà nei secoli dei secoli intoccabile, forte di quel poker di composizioni cosmiche probabilmente irripetibili, ritengo che l’album in questione riesca a scalzarlo dal trono almeno in termini di compattezza generale e di qualità totale. Questo perché scorre più fluido, con minimi cali di intensità, lievi persino nella traccia di chiusura, “Conquerors”, sorta di esperimento con vocalist diverso -il pazzo bassista Frankie Poullain- che del resto se la cava egregiamente, persino sulle note alte.

Cala così di nuovo il sipario, i nostri se ne vanno da conquistatori, da barbari vincitori .. e, nonostante siamo solo a giugno, non posso che confermare la bontà delle parole -seppur semiserie-  di Justin che avete letto in apertura: “Questo è il migliore album che sentirete quest’anno. Questo è il miglior album che sentirete finchè i Darkness non faranno un altro album”.

 





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