Stratovarius
Nemesis

2013, earMUSIC
Power Metal

Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 26/02/13

Se “Polaris” era un gran sospiro di sollievo, dato che Timo Kotipelto e soci avevano dimostrato di esser vivi e vegeti e curiosi di intraprendere la strada verso nuove soluzioni, "Elisyum" ha costituito per gli Stratovarius la solida conferma che serviva loro e che fan e critica del settore aspettavano: un album robusto, vario, con spunti interessanti ed idee fresche e ben realizzate che hanno proiettato i finnici verso un nuovo sound pur rimanendo assolutamente riconoscibili. Sono passati due anni da allora, due anni in cui c’è stato il tempo per un tour mondiale e l’abbandono in via del tutto amichevole dello storico batterista Jorg Michael. Abbandono in un certo senso molto destabilizzante, dato che, pur non avendo mai contribuito moltissimo a livello di stesura dei brani, il suo tocco granitico sulle pelli della batteria era ormai diventato uno dei segni distintivi degli Stratovarius. L’onore / onere di prender il suo posto è toccato al talentuoso Rolf Pilve, e sue sono le bacchette che imbastiscono buona parte del muro sonoro del nuovo album “Nemesis”.


Dea della giustizia, o meglio, della distribuzione della giustizia, Nemesi viene raffigurata nella cover art del disco come un’entità ambigua: è lei ad aver causato il caos terrificante sottostante, oppure è arrivata per metter ordine a quanto fatto di male dall’uomo nel mondo? Non è dato saperlo, neppure i testi, generalmente più oscuri e se vogliamo introspettivi rispetto al passato, fugano i dubbi. Una sola cosa è certa: le fiamme e l’aggressività della copertina rispecchiano esattamente l’atmosfera generale dell’album. Le chitarre di Matias Kupiainen hanno un tocco più scuro rispetto al passato, i cori soverchianti sovrastano più d’una volta Kotipelto, il quale non tenta più di arrivare a vette tonali ormai irraggiungibili (dimenticatevi acuti in stile “Forever Free” o “Coming Home”), ma lavora di cesello e sfoggia una prestazione possente, esteticamente meno imperiosa ma non per questo meno sfolgorante. Le tastiere di  Jens si dimostrano ancora una volta indispensabile malta per il muro sonoro di tutto rispetto che il trittico Porra – Kupiainen – Pilve costruisce minuto dopo minuto. Proprio a proposito dell’ultimo arrivato, è evidente sin dall’opener “Abandon” che il ragazzo ha stoffa: stile diverso da quello di Jorg Michael, meno possente ma più versatile e tecnico, sopperisce all’inimitabile “botta” del suo predecessore con passaggi davvero pregevoli (“Out Of The Fog”); senza alcun dubbio un’ottima new entry.


Poco spazio è concesso ad accenni verso lo stile degli Stratovarius di Timo Tolkki, anzi, il minimo sindacale verrebbe da dire: “Dragons” ha una progressione simile ai lavori dei finlandesi dei primi anni Duemila, e forse è proprio questa la composizione meno ispirata dell’album, soprattutto se accostata alla successiva “One Must Fall”, meno tirata ma molto più solida e coinvolgente. Non manca la classica ballad, ed ecco che in “If The Story Is Over” compare un’accoppiata vincente: la canzone è infatti stata composta per lo più da Jani Liimatainen, noto ai più come uno dei fondatori dei Sonata Arctica nonché ex chitarrista proprio di questa band. Il risultato è una canzone dal tipico incedere inizialmente dolce e malinconico che via via si fa sempre più intenso, fino ad esplodere nel tripudio di chitarre distorte e tastiere. La figura di Jani non è determinante in questo lavoro, ma di sicuro molto utile per aggiungere altri spunti congruenti allo stile che gli Stratovarius hanno affinato in questi anni. Storia finita quindi? No, dato che c’è spazio per la conclusiva title track, costituita da un ritornello possente e ritmiche chitarristiche serrate, davvero coinvolgente ed ottima chiusura per un disco molto ispirato ed a tratti granitico.


Seri scivoloni non ci sono, tutt’al più piccoli graffi (le incursioni di pura elettronica in “Halcyon Days” sono interessanti, danno un’inusuale vena quasi dance, ma verso metà brano c’è un tentativo di pseudo tecno-trance che non convince del tutto) che non rovinano poi così visibilmente l’opera nel suo complesso, sviste dettate più dalla voglia di sperimentare novità che non dalla mera distrazione.


Nelle prime battute di questa recensione si è detto che Nemesi è la dea della distribuzione della giustizia, e mai come in questo caso tale riferimento fu così azzeccato, così “giusto” per i Nostri finlandesi: quello che era un promettente cammino verso nuove strade e verso la rinascita degli Stratovarius in “Nemesis” trova il suo principale e più appagante approdo. Un gruppo dove le idee di ciascun componente vengono prese in considerazione ed amalgamate con criterio, un sound moderno ed uno stile vario e che risente dell’influenza dei musicisti da cui nasce, senza per questo rinnegare un pur glorioso passato. Quest’album non è paragonabile a capisaldi come “Episode” e “Visions” non perché non raggiunga le loro vette tecniche, stilistiche e di ispirazione, ma semplicemente perché è stato concepito con mentalità completamente differente, è appagante in maniera diversa.


Al momento, il miglior disco dalla loro rinascita. “Polaris” ha indicato la strada da intraprendere, “Elysium” l’ha lastricata a dovere, “Nemesis” è arrivato dando il giusto compenso ad una band che si è oggettivamente sempre prodigata nel creare buona musica. Giustizia è fatta.





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