Stratovarius
Eternal

2015, earMUSIC
Power Metal

Ben fatto Stratovarius. Ben Fatto.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 17/09/15

Polaris” ebbe il pregio di riconsegnare al mondo del Power Metal gli Stratovarius orfani di Timo Tolkki (ma con tante buone idee), “Elysium” perfezionava la nuova linfa vitale della band, “Nemesis” riuscì in generale  a superare il già brillante predecessore. Una scalata qualitativamente invidiabile, non c’è che dire. Con “Eternal”, quarto album post-Tollki e quindicesimo di tutta la carriera degli scandinavi, saranno riusciti a sorprendere ancora?

Non lanciamo inutili allarmismi, non scateniamo il panico tra gli estimatori dei Nostri: non siamo dinanzi ad un disastro, né ad un passo falso, “semplicemente” gli Stratovarius confermano quanto di buono sono riusciti a seminare e raccogliere nel corso di questi otto anni. L’unica differenza è che, ad oggi, il fattore stupore si è affievolito un po'. Qualche piccola sorpresa c’è, ovvero il ripescaggio di passaggi di matrice vagamente tolkkiniana più palese che in passato in alcuni brani, in particolare “My Eternal Dream” (strofa che rimanda all'era “classica” e assoli pesantemente neoclassici) e l’incedere della ballad “Fire In Your Eyes” sposa egregiamente ispirazioni passate e atmosfere attuali. Ciò ha il pregio di poter riavvicinare chi, nonostante tutto, si sentisse orfano dello stile del chitarrista fondatore, e in sostanza l’oculata operazione taglia-e-cuci passato e presente funziona egregiamente. Il resto dell’album si attesta su livelli molto buoni, senza cadute di stile o banali riempitivi, in più la produzione cristallina eppure corposa e granitica è un valore aggiunto, dato che valorizza sia le sfuriate più violente, sia i momenti più delicati.

Dove gli Stratovarius donano un inaspettato sussulto è però a conclusione di “Eternal”, con la suite “Lost Saga”: undici minuti e mezzo di fiero Power Metal che incrocia più d’una volta l’epicità del sinfonico stile Nightwish (e meglio dei Nightwish odierni); siamo dinanzi ad un’epicità completamente diversa da una “Visions (Southenr Cross)” o di una “Destiny”, ma non per questo inefficace, merito delle buone variazioni e dell’atmosfera che riesce a tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore per tutta la sua durata.

“Eternal” conferma lo stato di grazia degli Stratovarius nuovo corso, con un Kotipelto che mantiene un registro più basso dell’epoca gloriosa ma che proprio per questo riesce a trovare e creare soluzioni decisamente più varie e fresche; il nuovo batterista Rolf Pilve si dimostra ancora una volta un eccelso successore (e non sostituto, attenzione) di Jorg Michael, Johansson una sicurezza sia in fase compositiva sia d’arrangiamento, Porra il solito talento che fortunatamente continua a non smentirsi e Kupiainen al solito molto ispirato.

Qualche guizzo in meno rispetto al recente passato, ma non è un torto imperdonabile: gli scorsi anni speravamo in lavori di qualità, ora attendevamo (leggasi pretendevamo) qualità, il che è molto, molto diverso. Le aspettative, da questo punto di vista, non sono state tradite. Ben fatto Stratovarius, ben fatto.



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