Stone Sour
Hydrograd

2017, Roadrunner Records
Rock

Recensione di Pamela Piccolo - Pubblicata in data: 30/06/17

Sono trascorsi quattro anni dall'ultima uscita discografica degli Stone Sour e Hydrograd”, sesto album in studio in uscita oggi per Roadrunner Records, parte bene. 
  
Dopo un'intro strumentale di due minuti aperto dalle parole “Hello, you bastards”, che custodiscono tutto lo spirito della band, “Taipei Person/Allah Tea” prosegue con lo stile dettato da brani come “Gone Severeign” da “House of Gold & Bones - Part 1” e come “Fabuless”, primo singolo estratto da “Hydrograd” il 27 aprile scorso.
Amplifica il sound garage di "Knievel Has Landed" il basso di Johny Chow. Il brano continua la linea dettata dalla canzone precedente, il refrain è orecchiabile e ottimo è il gioco di chitarre e batteria. Si avverte la mancanza di Jim Root nella band e la traccia che dà il titolo all'album lascia non molto all'ascoltatore, fatta eccezione per il verso non amletico "I am not better than you, I am just better", in cui si racchiudono il pensiero e il marchio di fabbrica di Corey Taylor e della sua prima creatura in ambito musicale. "The Witness Trees" inizia come una rock ballad. Intensa nel suo testo e nella sua struttura, in essa Christian Martucci dà prova delle sue abilità chitarristiche in grado di accompagnare al meglio la voce pulita di Taylor e i suoi ritornelli radio friendly, frequenti nel presente nuovo lavoro. L'assolo finale accompagna un epico Taylor in quel che è il suo lato sentimentale a noi ormai noto.
 
Avreste mai accostato il raggae agli Stone Sour e viceversa? Bene, perché raggae sembra “Rose Red Violent Blue (This Song is Dumb & So Am I)”, ma, per via di un ritornello rock molto radiofonico, essa spegne ogni nostra speranza di sentire una certa novità che riprende invece “Song #3”. Dopo un brano dimenticabile come “Thanks God It’s Over”, gli Stone Sour dimostrano di essere un gruppo versatile e di saper arrangiare un album rock ‘n’ roll, che si discosta dai precedenti e in cui si nota il cambiamento che i componenti della band statunitense ha subìto nel corso degli ultimi anni. “St. Marie” è una canzone country squisitamente americana di tutto punto, con cori e voci femminili in sottofondo, che però rammenta “The Travelers” dal primo capitolo di “House of Gold & Bones”.  
Mentre passa inosservata “Mercy”, “Whiplash Pants” è un brano crossover/alternative metal che racchiude in sé una batteria pestata, scream, headbanging e tutti i requisiti e presupposti per una buona resa dal vivo. Speriamo venga inclusa nelle future setlist, essendo la canzone più coinvolgente e potente del disco a tre brani dalla sua chiusura.
Portentosi i riff delle due chitarre intrecciate di “Friday Knights” che ci spiazzano dopo soli 30 e più secondi con un lento. Rock, commerciale, potente e nuovamente orecchiabile e così via in cerchio, è un pessimo esperimento che ci conduce all’ultimo brano della nuova fatica degli Stone Sour. “When The Fever Broke” è virtuosa, un lento anch’esso smaccato dal suo refrain perché privo della stessa tiratura che ha il brano. 

Sulla base di quanto sopra, pensavamo che “Hydrograd” sarebbe stato un album semplice da recensire. Invece, anche dopo tre ascolti non siamo convinti dell’amalgama delle influenze sulle quali gli Stone Sour hanno deciso di puntare. Scrivere brani che stiano in piedi non è un obiettivo difficile da raggiungere per la band, ma, in questo caso, nessuno di questi verrà ricordato come classico o punto di riferimento nella sua discografia. Vadano i rimandi al precedente prodotto del 2012, ma forse “Hydrograd” è solo una sfilata di brani ammiccanti e radio friendly che poco tange la nostra sensibilità artistica e che creerà uno spaccato tra i fan.




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