Soundgarden
Down On The Upside

1996, A&M Records
Grunge

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 29/12/13

Filtri che smussano gli angoli di una voce già insolitamente placida, stanchi mugugni sorretti con difficoltà da poche lente note di chitarra, poi la detonazione di uno dei ritornelli più fenomenali di un'intera carriera: è l'immensa "Blow Up The Outside World", un'impeccabile dimostrazione di maestria e di misurata esplosività, che lascia immaginare e pregustare, per il quinto studio album dei Soundgarden, il raggiungimento di orizzonti sempre più rosei, l'ennesimo trionfo - il terzo consecutivo - che faccia da punto esclamativo di un decennio vissuto da autentici eroi dell'alternative rock.

Ma "Down On The Upside", clamorosamente (e nonostante una campagna pubblicitaria da superstar) fa cilecca. E a esplodere, sostanzialmente, sono meccanismi di autodistruzione già latenti da anni all'interno della band, nascosti abilmente, in passato, dietro i quindici potenziali singoli spaccamascella di "Superunknown". Quattro i membri del gruppo, quattro i diversi e assolutistici approcci alla composizione: tante diventeranno, così, le direzioni musicali - ormai quasi del tutto inconciliabili - intraprese in una tracklist fortemente disomogenea e qualitativamente oscillante.

Ormai deciso a vivere l'ossimoro del poeta maledetto innamorato delle classifiche, e inseparabile dalle chitarre acustiche, Cornell musica testi sempre più crudi e crudeli in partiture ridotte all'osso - l'oscura ballatona "Burden In My Hand", i cui frutti saranno raccolti dall'esordio solista, e velato omaggio a Buckley, "Euphoria Morning" - e dà alle sue note un taglio quanto mai claustrofobico e insofferente: l'album viene aperto da fantasticherie di suicidio (l'allucinata "Pretty Noose") e si chiude con sognanti ipotesi di fuga (la liquida "Boot Camp"). E se il rumore, quello vero, torna a ringhiare "presente" solo nella personale ripicca di Thayl (una "Never The Machine Forever" tanto diretta e velenosa da mettere quasi a disagio), la vera anima di "Down On The Upside" finisce per palesarsi soprattutto nei pezzi composti da Shepherd, nelle stranianti e accelerate distorsioni della rapida "An Unkind", così come nelle nuvolose malinconie della distesa "Zero Chance".

"There must be something else
There must be something good
Far away
Far away from here"


Saranno queste le parole che chiuderanno un quindicennio, l'ultimo sguardo al mondo esterno lanciato da otto occhi chiusi all'interno di una band diventata ormai troppo stretta. Dei quattro qualcuno entrerà in un supergruppo, qualcuno porterà il vessillo del grunge anche nel nuovo millennio, qualcuno sparirà praticamente nel nulla. L'addio giunge, triste quanto inevitabile: prigionieri del successo ottenuto con due dischi praticamente perfetti, i Soundgarden salutano, incapaci almeno nel breve termine di reggere il confronto in campo aperto con il loro stesso passato.


Meglio abbandonare così, lasciando subdoli, neri germogli nei cuori d'ogni ascoltatore, con il denso caracollare di venefici capolavori come "Switch Opens" o "Tighter & Tighter", con quei residui di psichedelia che regalano ultimi guizzi di luce, come stanchi ma tenaci baluginii soffocati da strati e strati di petrolio.

Anni e anni dopo, ci si renderà conto di essere stati "away for too long"... ma questa sarà un'altra storia.





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