Sonata Arctica
The Ninth Hour

2016, Nuclear Blast
Power Metal

Il lupo è vivo e vispo...
Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 03/10/16

Il lupo è vivo, vispo, e si muove con intelligente circospetto. Dopo Ecliptica, pubblicato nell’agosto del ‘99, ogni nuovo disco dei Sonata Arctica è atteso con ansia smisurata, mischiata ai sentimenti più comuni, ma è un percorso naturale per un gruppo che trasmette emozioni fuori dalla norma e i fan sanno di cosa parlo. Fino a qui è stata una carriera esaltante, certo con qualche macchia sparsa qua e là, ma l’interesse che sono in grado di alimentare ancora oggi, dopo sedici anni, è lo spartiacque che divide i Sonata Arctica dal resto del mondo del power sinfonico. Che poi, oggi, non importa più a nessuno circoscriverli in un determinato genere: volenti o nolenti va ammesso che si tratta di un gruppo unico e inimitabile. "The Ninth Hour", paradossalmente, non nasce sotto i migliori auspici. L’album è stato concepito in fretta e furia tra i mille impegni che ormai attanagliano il frontman Tony Kakko, inoltre è diretto erede di due dischi riusciti ma non troppo, quegli Stones Grow Her Name e Pariah’s Child che tra una nota arctica e l’altra condividono nelle costruzioni e nei suoni, come già accadeva in “Unia”, una deprecabile propensione al moderno. E invece, al netto dei primi ostici ascolti, il nuovo disco si svelerà insieme al suo rigoglioso comparto melodico mostrando ancora una volta la superiorità compositiva del suo leader rispetto a quella di altrettanto blasonati colleghi.



Vi abbiamo raccontato i brani in un dettagliato track by track e in sede di recensione non possiamo far altro che confermare le qualità di un disco in cui ogni singola canzone ha senso di esistere, ha la fattiva capacità di creare emozioni. Se dovessimo fare un paragone con una vecchia produzione, “The Ninth Hour” pare la prosecuzione naturale di quel capolavoro che porta il nome di Reckoning Night, e non soltanto perché c’è il minimo comun denominatore intitolato “White Pearl, Black Oceans” (la seconda parte è assolutamente degna della prima) ma anche grazie ad una vena melodica, solo a tratti sperimentale, che rammenta l’antico splendore e i fasti di un tempo che fu. Quel che avete letto sino ad ora non vi porti però fuoristrada. Sebbene il neonato sia di gran lunga il migliore della nuova era dei Sonata Arctica, i primi album restano insuperabili sotto ogni punto di vista. Resta la gioia di potersi gustare appieno il lavoro di una band che artisticamente ha sempre qualcosa da dire, licenza di suggestionare, come se la loro musica ci accompagnasse in una lunga passeggiata artica alla ricerca dell’aurora boreale. E insieme a noi quel lupo, vivo, vispo, che si muove con intelligente circospetto.





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