Judas Priest
Sin After Sin

1977, CBS/Columbia Records
Hard Rock - Heavy Metal

Una scintilla nel buio di fine anni '70. E fu subito incendio. Un album che non può mancare nella collezione di un vero defender: "Sin After Sin" dei Judas Priest, pietra miliare del genere metal.
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 14/08/17

In Italia infuriano l'eroina e la lotta armata, il ministro Cossiga invia carrarmati a Bologna per reprimere le manifestazioni studentesche, la radio suona per la prima volta "Heroes" di David Bowie, "Hotel California" degli Eagles e "We Are the Champions" dei Queen. Per la prima ed ultima volta nevica a Miami. Il punk - nato da poco - langue ed Elvis muore infarcito di farmaci, ed è facile capire perché: in classifica imperversano i Bee Gees e la disco music. È il 1977. E tra le pieghe del morente hard rock anni '70 inizia a incubare un nuovo travolgente genere destinato a sconvolgere il mondo: l'heavy metal. Cos'è? Che aspetto ha? Di cosa sa? Come si assume?


Basta infilarsi in un qualsiasi negozio di dischi (e non ne furono mai venduti tanti come nel biennio '77-78) ed acquistare l'ultimo album di una misconosciuta band inglese: "Sin After Sin" dei Judas Priest; è il loro terzo disco, il primo prodotto dalla loro futura etichetta CBS; la cover sfoggia un'estetica retrò, quasi art nuveau, vagamente funebre ed esoterica. Capito, riflette il rocker dell'epoca, mi toccherà sorbirmi l'ennesima sbrodolata sciapa e pseudohippie e finisce che per scansare la disco mi tocca pure diventare punk, porcaccia loro... ma: quale sorpresa! "Sinner", il brano di apertura, è una martellata sulla faccia: uno sparatissimo classic rock in 4/4, strutturato però come una suite che elimina la sovrastrumentazione anni '70 e punta tutto su chitarre e batteria, con tema principale, refrain, sviluppo, variazione, ponte e ritorno al tema; come i Deep Purple? Sì, volendo, ma i Deep quando mai hanno picchiato così? Mai sentito, constata il vecchio rocker, un connubbio simile di furia e struttura: ed ha ragione. Superfluo dire che la furia del punk risulta approssimativa e risibile di fronte alla precisione ed incisività esecutiva della combo britannica; che per l'occasione ha reclutato Simon Phillips, uno dei più talentuosi batteristi dell'epoca, destinato ad una fortunata carriera con i Toto, e tra i pionieri nell'uso della doppia cassa. Dietro la consolle, invece, c'è proprio Roger Glover, ex-Deep Purple, che confeziona per la band un suono certo debitore di quello dei DP ma con qualche scabrosità in più; un sound lontanissimo dai compressori dell'heavy metal anni '80 (quelli da "British Steel" in avanti per capirci), un suono che dà sempre la sensazione che gli strumenti siano... come dire? Un poco lontani dai microfoni, per cui si sente il rumore dell'aria che passa in mezzo (e gli ultimi Mastodon e i Valient Thorr proprio da questo sound pescano a piene mani...); oscuro, ma non privo di fascino e - detto per inciso - chi cerchi dove nasca l'heavy metal, è anche qui che deve cercare.


E poi, si chiede ancora il rocker dell'epoca, chi diavolo è il cantante? È maschio o femmina? Come diamine fa a fare acuti così acuti? E a tenerli per tutto questo tempo? Ha mantici al posto dei polmoni? Ingoiò un amplificatore in tenera età? È un'esperimento dell'M19? No, miei signori, trattasi delle naturali doti del signor Robert Halford, in arte Rob, ex tecnico delle luci in teatro: la quinta forza della natura, dopo aria, acqua, fuoco, terra: in breve, il più grande metal singer di tutti i tempi, a giudizio di chi scrive. E "Sin After Sin" lo fotografa forse nella sua forma migliore e di maggiore versatilità, che rende merito ai suoi molti registri espressivi: basti ascoltare la sostenuta  "Starbreaker" (e non storcete subito il naso quando sentite i claps... erano i Seventies, perdiana!), la sognante "Last Rose Of Summer", l'infuocata "Raw Deal" o il lancinante finale di "Dissident Aggressor", parossismo insuperato di cori che dà i brividi ad ogni ascolto, di cui è celeberrima la feroce versione degli Slayer in "South Of Heaven". O "Let Us Pray/Call For The Priest" che è poi, tolta l'intro neoclassica e la sua ripresa nel ponte centrale, il prototipo del pezzo-ammazza-tutti in stile Judas: tipo "Freewheel Burnin'", o "Exciter", o la stessa "Painkiller". E poi, trasale ancora il nostro rocker d'antan, ma questo... non è un pezzo di Bob Dylan? E non l'ha cantata anche quell'hippie di Joan Baez? "Diamonds And Rust" non è forse invecchiata bene come altri brani della band, che infatti dal vivo la ripropone di rado (e "acustica"), ma occorre ricordare che la cover dei Priest (soprattutto nella versione di "Unleashed in The East", 1979) costituisce uno dei prototipi della cavalcata metal, di cui poi si approprieranno più o meno indebitamente gli Iron Maiden ed infiniti altri: c'è solo meno distorsione e compressione, ma la forma è già tutta lì. Malinconico, aggressivo, barocco, insolente, deliziosamente naïf nel suo ammiccare ora al progrock ("Raw Deal") ora alla psichedelia ("Here Come The Tears"), posto a cerniera tra i fumogeni Seventies e i fluorescenti Eighties, questo è "Sin After Sin": un gioiello sempre incendiario.





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