Sigur Rós
Kveikur

2013, XL Recordings
Post Rock

Zolfo ed innesco: la fiamma islandese torna ad ardere più intensa che mai
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 18/06/13

Nel 1997, tre ragazzi islandesi poco più che ventenni uscirono con la speranza ("Von") che il loro modello di post rock fortemente improntato sulla spiritualità della loro terra natìa potesse fare breccia, ma fu soltanto grazie all'innesto del tastierista Kjartan Sveinsson con la formula, riscritta e raffinata, del loro nuovo inizio ("Ágætis Byrjun") che i Sigur Rós poterono cominciare ad essere ascoltati sul serio. Anziché cercare, sull'onda dell'entusiasmo, il consenso unanime del pubblico, i Nostri ribadirono il loro essere alieni in musica andando al cuore della loro arte, eliminando ogni orpello possibile ed immaginabile in un'opera priva di tutto, anche del titolo ("( )"). Incredibilmente, in questa fase anche i consensi commerciali cominciarono ad arrivare, ed ecco quindi i Sigur Rós obbligati a confezionare un sentito grazie ("Takk...") a firma pop per tutti coloro che li avevano saputi capire ed apprezzare, nonostante gli ermetismi. A seguire, un tour in giro per il mondo, ed il loro nome sulla bocca pressoché di chiunque; richiamati alla prova in studio dopo un'opera di estremo successo, i nostri ribadirono che "con un ronzio nelle orecchie, noi continuiamo a suonare incessantemente" ("Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust"), nonostante le prime incrinature nell'ispirazione cominciassero a rendersi più che evidenti, anche per colpa della mano invasiva del produttore Flood. A riprova della crisi che la band stava vivendo, poco più di un anno fa uscì il rullo compressore ("Valtari") che appiattì tutto ciò che rimaneva in emozione nella musica del quartetto, tanto che, dopo pochi mesi, Kjartan lasciò ufficialmente la band. Vitale, a questo punto, un innesco ("Kveikur") che fosse in grado di ravvivare la fiamma della passione nel ritrovato nucleo originale della band, tanto più che, memori dell'unica prova su disco incisa come trio, i dubbi si accumulavano pesanti, e le speranze, con essi, morivano lentamente.

Diciamolo subito: la missione si è, fortunatamente, svolta con un incredibile successo, e la chiave della ritrovata armonia musicale dei Sigur Rós risiede non tanto nel fatto che abbiamo nuovamente tra le orecchie un disco di canzoni vere e proprie, bensì in due elementi di novità ben distinti. Il primo, vistoso cambiamento è la corrosiva deriva industrial donata all'arrangiamento di "Kveikur": basta solo l'incipit di "Brennisteinn" (zolfo, la sostanza maleodorante che accelera la fiamma ) per innescare una desolante paura nell'ascoltatore, timore mitigato da una speranza melodica che si svela con maestria nel ritornello. Lo stesso conforto armonico ci viene in aiuto nei momenti di maggiore disarmonia e sregolatezza della title-track, oppure a conferire un senso di vissuto alla fotografia sfocata di un momento di felicità infantile impressa su "Rafstraumur". Ne risulta che il settimo sigillo in discografia è anche l'inciso più oscuro della band islandese, un'opera in cui gli occasionali chiarori sanno splendere ancora di più ("Ísjaki", praticamente una "Sæglópur" versione 2.0) ed in cui l'incedere sa essere al contempo epico ("Bláþráður") e solenne ("Hrafntinna", l'inno messianico "Stormur").

Quindi, l'assoluta freschezza di un disco che ha il coraggio di rinunciare in modo totale al dogma fondamentale dell'archetipo post rock, ovvero la costruzione dei crescendo, favorendo, in sostituzione di essi, lunghi bridge strumentali in odore di saturazione e destrutturazione, dove la disfunzionalità elettronica viene maggiormente a galla abbracciandosi lascivamente sia agli archi che agli ottoni, qui usati quasi sempre per dare enfasi ad un addolorato requiem. E tutto questo senza perdere i momenti di immersione fluida che solo questo genere sa regalare (ascoltate la densa ed uterina " Yfirborð ", quasi un ritorno alle atmosfere di "Ágætis Byrjun"). In quest'ottica, persino un'opera proto-ambientale come "Valtari" torna ad avere un senso, quasi fosse un passo doveroso nel provare ad essere post rock senza gli elementi cardine del genere, per utilizzare poi l'esperienza maturata in una struttura canzone più classicamente definita.

"Kveikur" si svela così come quel magnifico drappo nero su cui la fiamma islandese accesa dalla band può far tornare a risaltare i propri colori, e noi ad emozionarci con la loro musica, come non succedeva - per intensità e purezza - da sin troppi anni a questa parte. Un teatro in cui esorcizzare demoni e spettri, per proseguire verso un domani nuovamente luminoso.




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