Serenity
War Of Ages

2013, Napalm Records
Power Metal

Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 10/04/13

Se il precedente “Death & Legacy” virava verso lidi power maestosi e elegantemente accompagnati da pompose orchestrazioni, è arrivato il momento di confermare che gli austriaci Serenity sono una band fortemente legata al concetto di coerenza. Sì, perché questo “War Of Ages” altro non è che “the pages two and three” (per citare un gruppo finlandese che di coerenza, invece, ne ha mostrata ben poca!), ovvero il proseguo, il capitolo immediatamente successivo del suo predecessore. Riecco quindi la maestosità che già contraddistingueva il sound dei Nostri; riecco l’ispirazione epico-leggendaria dei testi (si tratta stavolta di un concept incentrato sulle guerre che hanno segnato la storia); riecco la teatralità vocale in stile Roy Khan all'epoca di “Epica”, che porta il cantante Georg Neuhauser a raccogliere l'eredità dell'ex voce dei Kamelot, pur stemperandola coi suoi toni mielosi. Ricordate, infine, le parti vocali femminili di “Death & Legacy”? Ok, la band ha scelto di incorporare a tutti gli effetti questo elemento nella propria musica, consci che il genere proposto si presta fin troppo bene ad un'interpretazione in chiave femminile. Pertanto l’entrata in pianta stabile della cantante francese Clémentine Delauney (già corista nel tour di due anni fa) non ci sorprende, ma è proprio quest'unica “novità” il vero punto di forza di “War Of Ages”. La voce sinuosa e versatile di Clémentine, infatti, apporta quell’eleganza - e non ce ne voglia il buon Georg - che solo una voce femminile può garantire.

La tracklist - era lecito aspettarselo - presenta i classici stilemi della scena musicale alla quale la formazione austriaca appartiene. Dopo il singolone “Wings of Madness”, nel quale si incastona un ritornello a due voci che si stampa subito nella memoria, abbiamo l’introduzione di cori bellici in latino di “The Art Of War”, dove un orgoglioso Ares sembra sedere vittorioso sulla sua poltrona al termine di una lunga battaglia. La successiva “Shining Oasis” racconta di un’oasi orientale dove ballerine dai colori sgargianti e ben poco vestite intrattengono i loro ospiti con balli sinuosi e movimenti delicati. Ed ecco che, immancabile, parte la ballad “For Freedom's Sake”, dove i due vocalist si cimentano in un interpretazione sentita – va ammesso, però, che questo brano, a livello strumentale, non presenta veramente nulla di notevole. Senza ombra di dubbio il prossimo singolo potrebbe essere la maestosa title-track, impreziosita da un vorticoso ritornello che sorregge egregiamente l’intero brano. Merita una menzione l’interpretazione a cappella medievale di “The Legacy Of Tudors”, che riesce a spiccare nel contesto del disco ma non ravviva minimamente l’entusiasmo iniziale. Se la title-track è una delle poche perle di quest’album, è la sola “Royal Pain”, trainata dall’impostazione semi-lirica di Clémentine, a portare a casa un risultato veramente singolare dove l’emozione non tarda a farsi sentire.

Un album, quello dei Serenity, sicuramente piacevole da ascoltare, discretamente suonato e sorretto da una manciata di idee sfruttate a dovere. Raramente, tuttavia, riusciamo a scorgere una vera e propria originalità nella proposta degli austriaci (varie volte l’ombra di “Silverthorn” si presenta davanti a noi) e, mentre la Delauney sembra non esagerare mai e rimaner leggiadra, la voce di Georg alla lunga si rivela piatta e poco interpretativa, per non dire plastificata. È probabile che per ottenere risultati più incoraggianti dovremo attendere una svolta concreta e non il solito more of the same sinfonico.



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