Selvans
Lupercalia

2015, Avantgarde Music
Folk Metal/Black Metal

Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 24/11/16


 

"Vidistine aliquando Clitumnum fontem?"

 

"Vedesti mai le sorgenti del Clitumno?" ci chiede Plinio il Giovane attraverso i secoli. Loro le hanno viste. Ci sono stati, i Selvans, un tempo (che mai sarà lontano nel cuore), Draugr, che la morte spezzò ma non vinse. Ci sono andati con l'anima, attingendo l'ispirazione con gli occhi verticali del tempo, attraverso le forme dei luoghi; riconoscendone l'intima sacralità sepolta dal presente.

 

Il genius loci sembra averli guidati, il genio del fiume Clitumno, a nord di Spoleto, in Umbria. Luogo di vaticinii, cantato da Virgilio, Byron (cui rimanda il testo della canzone), Carducci:

 

"O Clitumne!", l'invocazione, e brano quasi centrale di Lupercalia, album attesissimo della band abruzzese che anche a prescindere dall'illustre passato dei suoi componenti, aveva stupito e creato grande aspettativa con quella piccola gemma di EP che ha nome Clangores Plenilunio: ad una personale e intensa cover degli In the woods..., il gruppo presentava in apertura due complessi pezzi, lunghi, ricchi di immagini, cantati e suonati con l'anima, scritti insieme al perduto Amico Jonny Morelli, batterista dei Draugr, capace, profondo scrittore di testi che anche qui è giusto ricordare con la stessa forza che la sua presenza invisibile ha infuso nella memoria e nel nuovo cammino artistico dei suoi sodali. I due pezzi dell'EP sono "Clangores Plenilunio" e "Lupercale", che prelude sia sul piano contenutistico che musicale al successivo album; interamente scritta in italiano e primo movens, pilastro della musica dei Selvans. Colpiva da subito la drammaticità del cantato, nel quale cadevano per poi riemergere, potenti, le parole e le immagini.

 

Di indubbio impatto emotivo, anche in sede live (al Traffic di Roma, anche suonando molto poco, lasciarono il segno), la domanda che ci si pose era: sarebbe stato l'album all'altezza di un simile brano?

 

Sì. Senza troppi giri di parole. Lupercalia non disattende le aspettative, riprende e allarga il discorso musicale dell'EP, aggiungendo sfumature ulteriori alla suggestiva e profonda espressività vocale di Selvans Haruspex e dando pieno, libero respiro al tono musicale del gruppo, attestato su potenti e ricorsivi giri di chitarra, linee di batteria che convertono la furia del black metal al sentimento antico dei riti panici, quanto di una interiorità dell'essere ancora in contatto, senza mediazioni, con la natura del mondo e i suoi linguaggi più nascosti.

 

Con i Selvans si avverte da subito una coerenza profonda fra i temi trattati, l'esperienza concreta dei luoghi -che cede silenziosamente e con riserbo al fascino di boschi e monti d'Abruzzo, e zone limitrofe-, e l'espressione musicale, al punto che senza esagerazione possiamo parlare dei Moonsorrow italiani. Non però, per via di una forte analogia musicale e tematica. I Selvans non suonano come i maestri finlandesi, non sono degli epigoni, seppur talentuosi (volendo fare il gioco dei paragoni, una canzone come "Scurtchìn" sovverte il teatro della drammaticità e frammenta il pathos in ritmiche saltellanti, anche se cupe, improvvisamente vicine ai Fintroll di Up Jordens Djup!); e la materia che trattano è profondamente, seriamente legata alla "nostra" terra attraverso la verticalità del tempo mitico prima ancora che storico.

 

Il discorso è più sottile e riguarda la credibilità con cui la formazione abruzzese approccia alle tematiche trattate, l'intensità poetica con la quale una testualità generosissima convoglia immagini attraverso le parole e forti emozioni attraverso la resa musicale. Non ultimo il lavoro sulla lingua italiana cui fa da contrappunto l'uso espressivo mai banale della lingua inglese.

 

Si percepisce da subito: sfogliando la superba edizione in formato A5 che una label attentissima come la Avantgarde Music ha permesso ai nostri di confezionare, dando spazio ad un artwork personale, fine, giocato sulle sfumature del verde, disegni che rimandano alle incisioni di Albrecht Durer e frammenti di testi sparsi come indizi, in un equilibrio anche visuale fra disvelamento e rispetto del mistero.

 

I Selvans non sono cacciatori di facili immagini volte a creare un profilo con cui ritagliarsi una fetta di mercato. Non sono interessati al lato più cedevole e volgarmente sensuale del folk black metal da supermercato ed in questo sono vicinissimi ai Moonsorrow. La promessa che è già seme vivo e pulsante nella loro musica di oggi, è quella di un gruppo che in futuro, scegliendo i tempi lunghi della creazione e dell'ispirazione, può realizzare musica con radici forti per resistere e restare vividamente nella memoria.

 

Da Clangores Plenilunio, uscito il 13 febbraio e la cui prima vera canzone, Lupercale, celebra i festeggiamenti in onore del dio Luperco, che cadevano il 15 di febbraio fino a Versipellis, primo brano di Lupercalia, l'immaginario cui attingono i Selvans è fitto di rimandi, riferimenti al folklore, a miti e riti italici; ed è soprattutto un immaginario multiforme, o meglio ribollente di forme in continuo mutamento, come suggerisce la stessa opener che apre letteralmente il disco col grido che ne echeggia il nome "Versipellis!"

 

"Muta-forma". Il tema, che si snocciola riccamente per 10 minuti, è quello del delicato, mitico equilibrio fra forma umana e animale; due nature che coabitano e/o confliggono in una forma corporea non più stabile. Dal mito di Erchitu, il mito sardo dell'uomo che, gravato dalla colpa, muta in bue bianco nelle notti di luna piena, fino a Vertumno, divinità antica del passaggio fra le stagioni, intimamente legato a Pomona, dea del frutto, il quale esalta il concetto della trasformazione e mutevolezza a chiave di lettura di ogni forma vivente.

 

Nulla è stabile nelle proprie fattezze, nemmeno il marmo. Nulla, nemmeno il Clitumno, un tempo fiume di lungo corso, la cui sponda ospitava ville ed oggi piccolo corso la cui bellezza sfugge al ratto sgraziato della modernità, restituendo ancora parte di quel locus amoenus caro ai poeti latini e celebrato dai Selvans nell'amore fra il Dio Giano e la Ninfa Camassena: lì dove Carducci riscopriva la fonte della poesia italica, i Selvans trovano la dolcezza del loro momento più lento.

 

Janus gathers it for the new dawn
Under his hand
A new nymph is born.
From time to time
In the Clitumnus sight!

 

Qui ancor più che in "Versipellis", scopriamo come le tastiere e i cari strumenti a fiato siano importanti nello stemperare la tensione drammatica, duplicando la dimensione musicale in due sfondi sovrapposti e mai collimanti: uno veloce, intriso di batteria e chitarra, l'altro più lento, un paesaggio di fiati e tastiere; l'uno animale, istintivo, l'altro contemplativo, silvestre.
Vivremo in questa duplicità tutta l'esperienza del disco.

 

Dalle pendici del Soratte cala dunque "Hirpi Sorani" ("i lupi del Dio Sorano", antica divinità italica legata agli inferi). Spazza la candida neve e la dolcezza del metro Oraziano ed apre una nuova efficace stagione drammatica del cantato italiano nel folk black.

 

Si celebra un rito... o se ne avverte eco, permanenza, la presenza narrativa; la possibilità di dire ancora e cantare in profondità?

 

Nelle fuggevolezza della visione dei due sacerdoti d'Abruzzo alberga la malinconia del disco; nella sua mutevolezza, la possibilità di ri(tornare) e quindi ispirare e guidare l'alta vetta del pathos, tra il settimo e il decimo minuto del brano. Forte è in tutto il pezzo il legame con "Lupercale", quella promessa dell'EP.

 

La voce di Selvans Haruspex con grazia e furore, due forme opposte e compresenti, attraversa il sottobosco sonoro di fiati e tastiere. Il brano diventa a tre dimensioni ed è possibile addentrarsi fra le immagini senza più limitarsi a scorrere, seppur intensamente, col minutaggio. Si resta muti, con la gola a terra, secca come le pendici del Pizzo Intermesoli, profonda come le gole del Corno Grande d'Abruzzo.

 

Totemiche guide
Del dio sotterraneo
La brama smodata
Di carni spaurite
Fratelli!
Sventura ci unisce!
Limbo vibrante di ferinità...
La nube mi avvolge,
cammina con me!
Rapace!
Si ciba del vostro timore.

 

Il timore, già. La paura. Ancestrale, istintiva, di quel che non si conosce e al quale si fatica a dare una forma, nella notte che delle forme possibili, tutte, è regina. Sono i presagi del crepuscolo quelli di "Scurtchìn"; fra gli stazzi e i cigolii delle porte di legno, la canzone colpisce per la sua imprevedibilità che ammicca ai Finntroll ma con lo "scacciapensieri" siciliano, alterando le strutture della filastrocca fino a sfiorare la ritualità sabbatica di una celebrazione lunare.
Il brano, diverso rispetto agli altri e vivace nel gioco di rime, fa a tutti gli affetti da cesura all'ultimo lunghissimo pezzo del disco.
Certo, Lupercalia potrebbe finire anche qui, magari con una outro di mestiere. E sarebbe un ottimo disco folk black metal dotato già di forte personalità ma no, non basta.
Non si lascia una poetica interrotta.
Arriva l'innominato. Il brano il cui titolo "N.A.F.H.", Not Another Frivolous Hymn, è l'antitesi di ogni celebrazione , di quanto naturalmente viene strutturato nell'inno, nel racconto epico, nella mischia tradizionale di epiteti e gesta. Per 17 minuti, un Io senza nome canta, urla, sussurra il sentimento della propria fine. Non la battaglia ma il "dopo" inglorioso, misero della sua conclusione; e ancora non schieramenti, nè unità di tempo e luogo.
Dramma per sola voce, "N.A.F.H." si dirama in differenti direzioni: dal tono cupo, marziale, cadenzato dell'inizio fino ad un finale che rasenta il doom, in cui il giro di chitarra s'incaglia in una nota eterna. Eterna quanto l'ultimo respiro.

 

Quando la mia ombra lascerà questa terra
Tu, cantore di guerra
Non udirai il suo fiato
Nell'attesa che la storia ricordi il mio nome
Gli allori appassiranno,
I fiumi seccheranno,
I venti levigheranno le pietre di questa piana
E con esse le mie ossa
Nessun inno di gloria in memoria di me
Nessun idolo
Nessuna iscrizione
Nei libri di storia non troverai il mio nome

 

A passionate outburst, ossia un discorso appassionato, questo è il crescendo di "N.A.F.H."; porta fuori di sé, ma verso cosa? il "nulla". Così parrebbe leggendo l'ultima parola della canzone; è "tutto" però, la musica dei Selvans: dal theater black metal shakespeariano dell'ultimo imponente brano, gridato quasi come ad esser Lear nella furia degli elementi, fino al colonnato dei tempi più remoti di una "O Clitumne!", spingendo il black metal oltre le angustie del proprio glorioso genere, e come se non con la forza di temi, immagini, racconti e nuova ispirazione? Dove c'è profondità non esiste stereotipo e la musica, ben ispirata, non può che seguire quella stessa, profonda, suggestione.
Ascoltate Lupercalia ma anche: immaginatelo, siatene le propaggini visionarie nell'avventura del vostro proprio tempo.





01.Matavitatau
02.Versipellis
03.O Clitumne!
04.Hirpi Sorani
05.Scurtchin
06.N.A.F.H.

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