Satyricon
Deep Calleth Upon Deep

2017, Napalm Records
Black Metal

Con "Deep Calleth Upon Deep" la band norvegese muta nuovamente pelle: una miscela ben riuscita tra nuove soluzioni e antiche vibrazioni
Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 16/09/17

"Un abisso chiama un altro abisso al rumore delle tue cascate; tutte le tue onde e i tuoi flutti mi sono passati addosso".

 

Il percorso creativo dei Satyricon  (qui la nostra ultima intervista) ha conosciuto due stadi ben distinti: dal superbo trittico composto da "Dark Medevial Times" (1994), "The Shadowthrone" (1994), e "Nemesis Divina" (1996) segue una produzione in cui si intervallano opere oscillanti tra sperimentalismi e commercializzazione, non sempre all'altezza della fama dello storico monicker. "Deep Calleth Upon Deep" si situa in una sorta di terra di mezzo tra le due fasi e complessivamente appare di un livello superiore rispetto alle recenti prove in studio. Echi di antiche vibrazioni, aggressività trattenuta, ampie composizioni che sfiorano territori progressive, riverberi dissonanti, velati istanti sinfonici: un coacervo lunare pregno di un'atmosfera grigia ed evocativa che in più di un'occasione sfiora rallentamenti di sapore doom e la cui peculiarità consiste principalmente nel concentrarsi non tanto sulla potenza, quanto su esplorazioni musicali eterogenee.

 

Se l'attività dietro le pelli di Frost accantona la velocità al fine di variare il tessuto sonoro, la voce di Satyr preferisce toni bassi a ululati coprenti, avvicinandosi in talune circostanze al rombo sommesso del Dave Vincent di "Blessed Are The Sick": le affusolate backing vocals di Håkon Kornstad aggiungono al quadro una vaga patina classicheggiante di languida fascinazione. Una produzione pulita, in grado di evidenziare la perizia tecnica dei singoli passaggi, contribuisce a rendere la proposta apprezzabile: benché il disco non prometta nulla di epocale e non sia scevro di carenze, tuttavia lo sforzo del duo norvegese di battere inediti territori strizzando un occhio ai gloriosi trascorsi risulta pressoché positivo.

 

Apre la danza macabra l'irruenza ragionata di "Midnight Serpent": nonostante la pesantezza, non ci si trova di fronte a una materia caotica e informe, bensì a un elegante manierismo matematico. La pista possiede un mélange di tensioni e strattoni che trasporta l'ascoltatore in una dimensione claustrofobica e sofferta, progredendo a guisa di una cavalcata sul margine di uno strapiombo. Nella coppia "Cracking Blood Open The Ground" e "To Your Brethern In The Dark" il lavoro della batteria, alternativamente rapido e marziale, e l'asimmetrica melodia strisciante accompagnano il diabolico latrato di Wongraven, forgiando una clima gravido di zolfo e memore di remoti sussulti appartenenti al passato della band. La title-track spicca nel tenebroso lotto: stratificata e flessibile nella disposizione delle diverse sezioni strumentali armonizzate con i fraseggi minacciosi e volutamente ripetitivi delle sei corde, l'intero brano si candida probabilmente a gemma emotiva del platter.

 

Il black'n'roll trascinante e dolente di "The Ghost In Rome" precorre l'originale "Dissonant": un insolito segmento in ottoni schiude un'energica e ricca porzione di momenti groovy. Frost esibisce il proprio campionario di abilità, l'ugola a tratti filtrata del singer si palesa capace di regalare ulteriori sfumature a un pezzo estremamente adatto a evoluzioni on stage. L'estesa "Black Wings And Withering Gloom" rinnova neri fasti darktrhoniani, mentre la profonda e tambureggiante "Burial Rite", nella quale ancora una volta i fiati massicci cooperano nello screziare l'identità dell'amalgama, conclude un viaggio nel cosmo opaco e morboso del cupio dissolvi.

 

Certo la lunghezza eccessiva del lotto, la presenza in alcuni frangenti di riff oltremisura monocordi, testi piuttosto scontati e attimi di stucchevole prolissità rappresentano la facciata zoppicante del nuovo full-lenght. Nonostante i difetti va dato merito comunque ai prodi scandinavi di aver realizzato un disco a forti tinte spirituali e lontano da compromessi simil-pop spesso riscontrabili nell'ultimo decennio di attività: un album in chiaroscuro, un magma difforme, un bacio mortifero sull'orlo dell'abisso.





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