Ringo Starr
Postcards From Paradise

2015, Universal Music Enterprises
Rock

Recensione di Giulio Beneventi - Pubblicata in data: 02/04/15

C'era un tempo lontano in cui i Beatles non erano i numeri uno neanche del Merseyside. Migliori degli allora giovani, inesperti e senza batterista fisso Johnny and The Moondogs ce n'erano diversi: per esempio i più rodati Derry and The Seniors, Gerry and the Pacemakers ... e poi, soprattutto, i Rory Storm and the Hurricanes. Tanti lo sapranno - altri magari no - ma tra la compagnia di Rory, oltre al Jimi Hendrix di Liverpool Johnny Byrne, c'era anche un certo batterista dalle mani piene di anelli e dal carattere molto introverso, tale Richard Starkey, battezzato dal frontman in quelli stessi giorni Ringo Starr.

 

Non molti comunque si interessano della storia degli Hurricanes, specie della parte post-Fab, del dopo-Kaiserkeller, del loro declino inversamente proporzionale al successo dei futuri baronetti e meno che mai della loro fine in tragedia entro l'alba dei Settanta. Questa volta però ci pensa proprio l'unico membro che è riuscito a far fortuna a rinfrescarvi la memoria, narrando dei loro anni migliori con la prima traccia del suo 18esimo album da solista, Postcards From Paradise. Purtroppo è proprio questa canzone ("Rory and The Hurricanes"), posta sapientemente in apertura, l'unico vero motivo per cui acquistare il nuovo disco del batterista. Si tratta infatti dell'esclusivo spunto davvero superlativo: un inizio coinvolgente ed emozionante per un lavoro che si rivela in conclusione appena tiepido, scivolando in più occasioni in quelle che potremmo chiamare volgarmente "canzonette" o composizioni che si affacciano sul baratro del banale, come la title-track che gioca addirittura sporco, correndo al riparo sotto la "protezione aurea dei Beatles" e andando dolosamente a solleticare la Beatlemania mai sopita di vecchi e nuovi affezionati citando in ogni frase opere del quartetto di Liverpool, da "I Saw Her Standing There" a "Let It Be", per un improvvisato viaggio letterale "from the Cavern to the rooftop". Spero che però tutti - Beatlemaniaci e non - siamo d'accordo sul fatto che tutto ciò non basti per mettere su un bel pezzo ma che al massimo possa strappare giusto un sorriso nostalgico per le rime baciate.

 

Ad onor del vero, di episodi buoni ce ne sono, come "You Bring The Party Down" dal caratteristico sapore di sitar e la conclusiva "Let Love Lead" molto à la Ringo-old-style sin dal titolo, anche se quello che più mi incuriosisce è principalmente l'ispirazione generale, non anni ‘50-‘60 come suggerito dall'entrata dalla porta sul viale dei ricordi, ma prettamente e inusualmente anni ‘80: (de)merito probabilmente dei signori turnisti attorno a Starr che non brillano questa volta di neutralità musicale. Ecco dunque proposta una accozzaglia di composizioni di diverso genere (arriviamo quasi al caraibico con "Island In The Sun"), di sicuro inferiori a quelle che ti aspetteresti conoscendo le cataclismatiche doti tecniche della All-Starr Band (Steve Lukather, Todd Rundgren, Gregg Rolie, Richard Page, Warren Ham e Gregg Bissonette): Toto, Journey, David Lee Roth Band, ecco di chi stiamo parlando, mica gente di poco conto. E non solo perché, oltre a loro, in più c'è anche una cascata di ospiti tra cui spiccano Joe Walsh, Benmont Tench, Dave Stewart, Richard Marx, Amy Keys, Peter Frampton e molti altri.

 

Insomma Billy Shears ci riprova per l'ennesima volta con "un piccolo aiuto dei suoi amici" - praticamente chiunque passava nei giorni di registrazione per i suoi casalinghi studi di Los Angeles - ma tira su un lavoro vagamente sufficiente, a tratti insipido e migliorabile sotto più punti di vista. Musica da Hall of Fame, ecco come è da intendere questo nuovo lavoro senza degenerare in grosse critiche verso uno che ha fatto la storia, rimanendo tra l'altro sempre molto umile: un auto-tributo alla sua intera carriera e una colonna sonora originale senza grandi pretese verso il raggiungimento ad aprile degli altri tre ex-scarafaggi già inseriti tra le polverose teche del museo in Ohio. Tutto qui. Conviene però sottolinearlo: in giro c'è sicuramente di molto peggio (ad esempio le attuali collaborazioni dell'ex-collega bibliotecario Paul con Rihanna e Kanye West .. e chissà quali altre nei prossimi mesi). Vi dico solo dunque che merita un'ascoltata: se però non riuscirete a procurarvi questo album, non sarà sicuramente una tragedia.





01. Rory And The Hurricanes
02. You Bring The Party Down
03. Bridges
04. Postcards From Paradise
05. Right Side Of The Road
06. Not Looking Back
07. Bamboula
08. Island In The Sun
09. Touch And Go
10. Confirmation
11. Let Love Lead

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