Red Fang
Whales And Leeches

2013, Relapse
Stoner

Recensione di Nicoḷ Rizzo - Pubblicata in data: 25/10/13

"Impossibile essere sicuri d'altro, se non la morte e le tasse" (Benjamin Franklin)


Ben detto Benjamin, ma mi permetterei aggiungere una terza certezza: i Red Fang. In un mondo in cui le carriere musicali cambiano di album in album (se non di brano in brano) in modo radicale, lasciandoti con la consapevolezza che il tuo gruppo preferito potrebbe non piacerti più nel giro di un anno o poco più, è rassicurante trovare un punto fermo, uno scoglio sicuro a cui ancorarsi in vista di un inevitabile naufragio in mezzo a questa tempesta di pus di adolescenti vogliosi di novità, e a miei occhi non c'è scoglio meno scivoloso dei Red Fang.

 

A partire dal 2009, con l'uscita dell'album omonimo (letteralmente sconvolgente), i quattro ragazzoni di Portland hanno sfornato una miscela di stoner rock e heavy metal che, con riff potenti e brani epici come quel vero e proprio "kolossal" che è "Prehistoric Dog" (ormai il loro cavallo di battaglia), non hanno mai mancato di deludere il pubblico. Sapete perché? Perché lo stoner rock a mio parere ha trovato la formula perfetta per il successo, basando tutti i pezzi su un unico elemento portante: il riff. Può essere qualunque cosa, una serie di bicordi, un arpeggio, una scala, ma quel segmento costiuisce il vero e proprio fulcro del pezzo, che ripetendosi per tutta la sua durata, con (ovviamente) qualche stacco e alcune piccole variazioni, rimane incollato al cervello dell'ascoltatore come carta moschicida. Insomma, non a caso i Queens Of The Stone Age hanno spesso definito la propria musica sotto l'etichetta di "robot rock": è un loop infinito, da cui non si sfugge. E il nuovissimo "Whales And Leeches" non sfugge a questa regola, regalando riff splendidamente sporchi e potenti che colpiscono al primo ascolto, e se non lo fanno è solo perché il pezzo in questione ne merita ben più di uno. Tuttavia, il quartetto questa voglia deraglia leggermente dai sicuri binari dello stoner (pur conservandone gli elementi essenziali) con un disco che sembra seguire la rotta di un più classico heavy metal, che fa tutt'altro che deludere le aspettative.

 

Anticipato dal singolo "Blood Like Cream" (un ammasso adrenalinico di rock nudo e crudo che potrebbe benissimo diventare la colonna sonora del nuovo "Machete" di Rodriguez), "Whales And Leeches" si presenta come un degli album più cupi e "seriosi" della band, con un'atmosfera da fine del mondo che si respira in particolare nell'opening di "DONE" e in "Dawn Rising", che a mio parere rappresenta anche il brano più interessante del disco: aprendosi con una sano riff metal, il pezzo rallenta precipitosamente, creando un'atmosfera lenta e opprimente (da dinosauro che ti insegue in autostrada, per capirci), per sfociare in un ritornello in cui due voci (una acuta e una bassa e quasi in growl) si fondono in uno splendido contrasto, creando una dissonanza che risulta essere sorprendentemente armonica. Insomma: i Metallica incontrano i Tool. E ho detto tutto.

 

Fare l'analisi di ogni singolo pezzo sarebbe inutile, perché il disco è piacevolmente uniforme e coerente. Insomma, rifacendomi al postulato di Franklin citato in apertura, i Red Fang si riconfermano come una certezza, una bellissima oasi di brutalità controllata in cui è piacevole rifugiarsi ogni tanto. Se pensate davvero che ci sia qualcosa di più certo della morte, delle tasse e dei Red Fang fatemelo sapere. E tanto per farvi un'idea sulle certezza della vita, vi posso dire che la frase citata non è di Benjam Franklin.





01. DOEN
02. Blood Like Cream
03. No Hope
04. Crows In Swine
05. Voices Of The Dead
06. Behind The Light
07. Dawn Rising
08. Failure
09. 1516
10. This Animal
11. Every Little Twist

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