Pink Floyd
The Dark Side Of The Moon

1973, Harvest Records
Prog Rock

Recensione di Federico Mainardi - Pubblicata in data: 08/05/14

Non è senza esitazione che ci si appresta a scrivere di “The Dark Side Of The Moon”. Al recensore si presenta un compito arduo: si trova, infatti, davanti ad un pilastro della storia della Musica, un album dalla portata immensa, celebrato come uno dei migliori del rock e dotato di un fascino imperituro che tutt’oggi continua a stregare.

 

È, anche, un disco su cui si è scritto di tutto; l’eterna querelle intorno al suo status (se sia o no il migliore dei Pink Floyd) ed il suo legame con la droga (che la band non ha mai celato) sono solo due tra i capitoli più frequentati della sua fortunata storia. Curiosamente, però, non è questo l’album floydiano più imitato: lo prova il fatto che la maggior parte dei brani odierni impostati à la Pink Floyd ricalcano soprattutto “The Wall”. Come stimare, allora, il suo peso? Anzitutto dall’impatto che produsse quando uscì, stabilendo un nuovo standard per il rock psichedelico (i fan più accaniti infatti non gradiscono, dell’altro masterpiece “The Wall”, proprio la minor carica allucinogena). Un tale traguardo fu possibile per genuina ispirazione, e grazie alle fonti cui questa attinse: la lunga unione di fatto tra rock e droga sembra trovare, qui, la sua legittimazione... Così come in letteratura esistono opere di ingegni acuiti dalle sostanze psicotrope, allo stesso modo si può concepire “The Dark Side Of The Moon” come la traduzione musicale più riuscita di ciò che i reami dell’alterazione svelano all'artista ricettivo. È questo, forse, il motivo della sua non imitabilità: non è solo lo stile di un disco a farne un capolavoro, ma anche l’ispirazione irripetibile che lo sostanzia, e che certo non si può riprodurre.

 

Poi c’è la questione della sperimentazione audio-fonica, particolarmente marcata nei quasi 4 minuti di ritmo ipnotico ed ossessivo di “On The Run”. Non se ne comprende veramente il senso senza tener conto del contesto genialmente sregolato degli anni ‘70, quell’epoca di irripetibile sperimentalità sonora in cui il modo del rock non era impermeabile alle scoperte tecniche dei compositori d’avanguardia, e anzi ne attingeva a piene mani (c’è un filo rosso che unisce Karlheinz Stockhausen e la neue musik a gruppi settantiani come Kraftwerk, Tangerine Dream o ancora Allan Parsons Project, capitanati proprio dal talentuoso tecnico del suono dei Pink Floyd; l’istrionica figura di Frank Zappa, poi, riuscì nell’impresa di fungere da ponte tra la realtà musicale colta e quella popolare).

 

Un discorso a parte merita la copertina, fattasi ormai icona, tra le più evocative del combo britannico (e forse del rock stesso). Sono tante le suggestioni offerte dai due elementi del prisma e dello spettro ottico, tutte sviluppate nei testi: l’elevazione (intesa anche, negativamente, come scalata sociale criticata in “Money”) e l’illuminazione (la presa di coscienza di “Eclipse”); la trascendenza atemporale (la morte affrontata negli stralci di interviste udibili in “The Great Gig In The Sky”) e lo scorrere degli eventi (troppo rapido in “Time”); l’interazione tra unità e molteplicità filtrata dal medium della comunicazione (“Us And Them”).

 

Ma il prisma che riparte geometricamente la luce è anche la perfetta rappresentazione dell’ordine sotteso a tutti i fenomeni naturali. Proprio il concetto di ordine è un buon passepartout per capire “The Dark Side Of The Moon”: l’ordine tornato nella band dopo la dipartita di Syd Barrett, ritiratosi nel 1968 per problemi mentali (a cui “Brain Damage” allude); l’ordine dato dalla nuova forma, più immediata e commerciale rispetto alle lunghe suite degli inizi, che il neo-leader Roger Waters sceglie di imprimere ai brani. In ciò sta l'eccellenza di quest'album: come nelle migliori architetture classiche, in cui semplicità e grandezza giungono al connubio, la forma orecchiabile e diretta si colma di una sorprendete profondità (viene a sproposito richiamare il concetto neoclassico di “nobile semplicità e quieta grandezza”?). Il sound è disteso ed evocativo, eppure anche altalenante in una perpetua variazione di stati d’animo: senza sforzo l’ascoltatore attraversa tutta una gamma di emozioni, come se si trattasse di una sequenza di colori ("Any Color You Like") che si mostrano lucidamente agli occhi e alla mente.

 

Ebbene, “The The Dark Side Of The Moon” è il disco definitivo del rock, modello d'impeccabilità? No, non tutto è perfetto (provate a giudicare con imparzialità i suoni della batteria…), ma la perfezione, semplicemente, non esiste. Esistono invece, impalpabili e nondimeno evidenti, la grazia, la profondità, il fascino e la qualità espressiva. Da cui il voto.





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