Pink Floyd
The Endless River

2014, Warner Music
Prog Rock

Note senza tempo
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 07/11/14

Fino ad oggi quando abbiamo pensato alla fine della gloriosa carriera dei Pink Floyd non potevamo altro che ricordare gli ultimi istanti di “High Hopes”: Gilmour in uno dei suoi, innumerevoli, splendidi assoli, atmofera crepuscolare e sognante che va spegnendosi accompagnata da rintocchi di campane. E poi il silenzio. Un lunghissimo silenzio che al di là di uscite “postume”, apparizioni e dichiarazioni varie si è interrotto questa estate quando la moglie di Gilmour, Polly Samsons, ha twittato il messaggio più importante della storia recente della musica rock: in un non meglio precisato futuro, sarebbe uscito nuovo materiale inedito dei Pink Floyd.

Una bomba atomica nell’assopito panorama musicale odierno, assetato di grandissimi nomi, che è stata ripresa da qualsiasi media esistente su ogni supporto possibile, con hype cavalcato ad arte persino con megacartelloni pubblicitari in alcune città (tra cui Milano). Raramente si è visto tanto clamore, commisurato del resto allo status di una band che cavalca ancora oggi enormi consensi e schiere di fan. La genesi di “The Endless River” è ormai nota: trattasi di registrazioni fatte tra il 1993 e il 1994 durante la lavorazione di “The Division Bell”, un progetto “parallelo” ambient che Nick Mason aveva soprannonimato “The Big Spliff” (cioè “La Grande Canna). Una raccolta di oltre venti ore di materiale che a partire dal 2013 è stato ultimato, rifinito e reso moderno grazie alle nuove tecniche di registrazione sullo studio galleggiante di Dave, Astoria, e nei Medina Studios (Brighton).

Potremmo stare qui ore a parlare della natura prettamente commerciale di “The Endless River”, come se i Pink Floyd fossero una band underground intenta a raschiare il barile… Anzi, risulterebbe paradossale parlare di “operazione commerciale” per una formazione che ha venduto (e continua a vendere) decine e decine di milioni di dischi. Descritto come il canto del cigno di Richard Wright, geniale tastierista a cui non verranno mai attribuiti i reali meriti nello sviluppo del sound dei Floyd, allontanato da Waters ai tempi di “The Wall”, il quindicesimo album in studio degli inglesi è proprio come ce lo aspettavamo. Le sonorità sono quelle dell’era “The Division Bell”, sognanti, dilatate, con una spiccata vena ambient, in cui tutta la maestria di Wright nel tessere substrati impalpabili ritorna all’orecchio con tutta la sua sorprendente delicatezza.

Non ci sono concessioni o divagazioni particolari, nonostate “The Endless River” sia un album praticamente strumentale, i caratteri distintivi dei Pink Floyd sono lì pronti a rassicurarci. Mason è il solito metronomo parco e preciso, la Stratocaster di Gilmour è sempre incisiva e malinconica, coi consueti toni blues e giri melodici di grandissima eleganza a donare senza sosta nuove sfumature al tappeto sonoro partorito da Wright, vero pilastro su cui gravano tutte le composizioni. Un ritorno al passato che però rende giustizia al lavoro svolto da Gilmour, che conoscendo la proverbiale maniacalità dei Floyd in studio e l’apertura a nuove tecnologie di registrazione, deve aver dato tutto per rendere ancora più pulito ed etereo il suono di un album che sarebbe perfetto come colonna sonora (cosa che per poco non è accaduta). Un continuo flusso emozionale che riesce a non perdere di intensità lungo tutti gli oltre cinquanta minuti.

Ovvio comunque che “The Endless River” non può competere con la discografia passata dei Pink Floyd, e crediamo che i primi a saperlo siano proprio i superstiti di quei gloriosi lavori. Inutile quindi arrovellarsi nel fare paragoni o segnalare le palesi influenze/similitudini col passato, come inutile chiedersi il motivo reale per questa nuova avventura discografica. Forse le risposte più sensate sono le più semplici… Perchè no? Perchè non rivivere ancora una volta i giorni in cui gli album segnavano davvero la vita delle persone? La cosa importante per noi è che “The Endless River”, fortunatamente, non andrà a intaccare il ricordo dei Pink Floyd, unendosi semplicemente, con la calma dell’uomo saggio, a quei rintocchi di campane di venti anni fa.



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