Pearl Jam
Lightning Bolt

Rock, Monkeywrench
Alternative Rock

Il ritorno dei Pearl Jam, tra nuove idee e confortanti conferme.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 14/10/13

Ascolta, ascolta e riascolta. Fissa il vuoto e rimani concentrato su quelle onde sonore invisibili che s’insinuano nelle cavità acustiche. Il giorno trasmigra al di là dell’orizzonte e la notte ti dà il benvenuto nel suo regno. In un momento non meglio precisato, così, d’improvviso, un fulmine taglia il cielo ed illumina la stanza nella quale sei rinchiuso ad ascoltare lo stereo che ti parla. È proprio l’istante successivo che quella luce improvvisa diviene la chiave di volta per tutto ciò che cercavi di riordinare e ricomporre.

Approcciarsi a “Lightning Bolt” è stato tutt’altro che semplice: il singolo apripista “Mind Your Manners” è una mitragliata con pallottole di sano punk, esattamente il contrario è invece il secondo estratto “Sirens”, delicata ballata dalle sfumature più pop ed ariose di quanto i Pearl Jam ci avevano abituato sino ad ora. A tutto ciò aggiungete una varietà d’insieme che potrebbe facilmente fuorviare e disorientare, almeno durante i primi ascolti: il trittico iniziale composto da “Getaway”, “Mind Your Manners” e “My Father’s Son” è sufficientemente adrenalinico da far rimanere quasi sorpresi per la successiva presenza della già citata “Sirens”, episodio decisamente più placido e pacato, una battuta d’arresto imprevista ma non per questo priva di fascino. La title track ed “Infallible” sono i brani che maggiormente rispecchiano gli stilemi tipici dei Pearl Jam, nulla di nuovo sotto il sole (od il fulmine) ma comunque godibili, salvo poi rimanere ipnotizzati dall’atipica “Pendulum”, ballad eterea e ricca di pathos, probabilmente uno degli episodi più ispirati da dieci anni a questa parte: non esplode, ma crea un’atmosfera tesa, onirica, malinconica, quanto basta per non rimanere inosservata.

Continuare a sciorinare i titoli dei brani sarebbe lungo e finirebbe per annoiare. Diciamo dunque che “Lightning Bolt” riprende in parte la struttura già ben collaudata del precedente “Backspacer” (inizio album adrenalinico, finale regno delle ballad più intimiste) e mostra una ricerca sonora e musicale maggiormente palese rispetto al passato: grande spazio è stato dato a soluzioni acustiche e con innesti di violini o pianoforte ed organo (“Future Days”, “Yellow Moon”), senza per questo sacrificare troppo la parte più energica e punk della band. Quest’ultimo lavoro della band di Seattle ha il suo fiore all’occhiello costituito da una buona varietà, a discapito di quel che invece era il punto di forza del suo predecessore, ovverosia la compattezza e la sensazione di organicità globale; non è un difetto in senso stretto, quanto piuttosto due facce della stessa medaglia.

Ottimi spunti (“Let The Records Play”) e buoni “compitini” (“Sleep By Myself”, di chiara matrice vedderiana): i Pearl Jam ci consegnano un album in definitiva ben pensato, composto, suonato, non immediato come altre opere passate ma non per questo meno intrigante. Chiedete loro passione, e ve la daranno. Chiedete loro di mettersi in gioco nonostante 23 anni di onorata carriera, e loro accetteranno la sfida, magari con risultati alterni, ma mai disastrosi, sempre con una dignità e piacevolezza di fondo tipiche unicamente di chi ha fatto e continua a fare della propria passione non un semplice lavoro, non un mero “far cassa”, ma una valvola di sfogo da condividere con appassionati di musica come loro.



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